LUGLIO 2026
Storia, pagine di libri, la pietra, la luce e l’aria che respirano. Questa é Agrigento. Camminare tra i sentieri della Valle dei Templi di Agrigento, specialmente al tramonto, quando il sole tinge di arancione il tufo delle colonne doriche, è un’esperienza che ti avvolge in una sorta di magia. Qui, l’antica Akragas, che i Greci consideravano la più bella città dei mortali, sembra ancora vivere, ricordandoci le meraviglie che siamo stati capaci di creare. Il Tempio della Concordia, che si erge maestoso contro il blu del cielo e il lontano riflesso del mare, è solo un capolavoro architettonico ed anche un simbolo di armonia, un tentativo di mettere ordine in un mondo spesso caotico. Passeggiando tra gli ulivi secolari e i mandorli che danzano al vento, si respira un’aria carica di miti e civiltà che si sono incontrate, scontrate e infine fuse, lasciandoci un’eredità profonda. Qui, ogni pietra racconta una storia diversa e unica.
In questo teatro di meraviglia, è nato un progetto dal significato intenso: The Garden of Peace, il Giardino della Pace, un angolo dedicato a diverse varietà di olivo provenienti dai paesi che si affacciano sul Mediterraneo. L’idea è semplice ma ti scuote: piantare alberi nati in terre diverse, a volte segnate da conflitti, nello stesso suolo siciliano. È un manifesto vivente che ci ricorda che la coesistenza è possibile, che possiamo nutrirci della stessa terra senza dover cancellare l’altro. Che possiamo far crescere frutti di pace. Tuttavia, nemmeno un luogo così sacro è immune alla miopia dei nostri tempi. Guardando attentamente il cartellone informativo, ho notato un dettaglio che fa male. La mano dell’intolleranza ha colpito, grattando via il nome e la bandiera di Israele, contrassegnati dal numero 21. Accanto, la voce dedicata alla Palestina è rimasta intatta. Un atto vandalico, un tentativo di negare l’esistenza dell’altro, proprio nel luogo dedicato al dialogo.
Di fronte a uno scempio simile, in un posto che dovrebbe essere un santuario di pace, è impossibile restare indifferenti. Così, ho deciso di scrivere al presidente dell’Associazione «The Garden of Peace», Francesco Serafini, per segnalare l’accaduto e chiedere una sua opinione. La sua risposta è arrivata rapida, chiara e carica di emozione. Serafini ha sottolineato la gravità del gesto: «La cancellazione del nome di Israele è inaccettabile e contraria ai valori del nostro progetto.» Le sue parole esprimono la determinazione di non lasciarsi piegare dall’odio che infiamma la geopolitica attuale. Ha ribadito che il Giardino è un luogo che promuove pace, tolleranza e rispetto reciproco: «La presenza di varietà di olivo sia di Israele che della Palestina rappresenta il nostro desiderio di creare un luogo di incontro, dove nessuna identità debba essere cancellata.»
Serafini ha espresso l’amarezza per come la tossicità del dibattito contemporaneo riesca a contaminare anche spazi di riflessione e pace. Ha voluto chiarire che gli atteggiamenti di intolleranza non rappresentano né l’associazione né chi custodisce la Valle. Fortunatamente, il processo di riparazione è già in corso. Non si tratta solo di ripristinare un cartello, ma di restituire significato a un luogo che vuole promuovere il dialogo. Serafini ha informato le autorità competenti per assicurarsi che il cartello venga sostituito al più presto: «La sua segnalazione è importante per tutelare l’integrità del Giardino e il messaggio universale che vuole trasmettere.»
Quella macchia scura sul cartello è una brutta metafora del nostro presente. Rappresenta un’epoca in cui, invece di cercare un punto di contatto, si preferisce l’illusione di poter cancellare l’altro. Ma la Valle dei Templi ha visto secoli di storia, guerre e dominazioni. Rimarrà intatta nella sua bellezza, mentre queste piccole miserie umane svaniranno. Cancellare un nome su un pezzo di plastica non cambia la realtà, né spegne la speranza di chi crede nel dialogo. Gli ulivi di Israele e quelli della Palestina continueranno a crescere insieme, affondando le loro radici nello stesso suolo, nutriti dallo stesso sole e dallo stesso vento. Continuano a dare, inconsapevolmente, una lezione di coesistenza pacifica che l’intolleranza non potrà mai estirpare. Ora spetta a noi vigilare affinché questi spazi restino integri e pretendere che la cultura del rispetto non arretri di un millimetro.
Il Giardino della Pace tornerà a parlare la sua lingua originale, completa, senza censure e con tanto cuore.
Elisa Garfagna
giornalista






