SETTEMBRE 2026
Che i giornali italiani siano politicamente schierati non è certo una novità. Ci sono quotidiani vicini alla sinistra, altri alla destra, altri ancora espressione di sensibilità liberali, conservatrici o progressiste. Lo stesso avviene nelle televisioni private, dove talk show, programmi di approfondimento e singoli conduttori mostrano spesso un orientamento facilmente riconoscibile. Nessuno scandalo. È il pluralismo, bellezza. Soprattutto perché esiste un elemento fondamentale: la libertà di scegliere. Se un quotidiano mi irrita per la sua linea politica, semplicemente non lo compro. Se considero un talk show fazioso, prendo il telecomando e cambio canale. Se una trasmissione commerciale propone ogni sera una rappresentazione del mondo che considero lontanissima dalla realtà, posso tranquillamente ignorarla. Il mercato farà il resto: saranno lettori, telespettatori, inserzionisti e ascolti a decretarne il successo oppure il fallimento. Con la Rai, però, il discorso cambia. Perché la televisione pubblica viene finanziata anche attraverso il canone, e quindi attraverso soldi che il cittadino è obbligato a versare secondo le regole previste dallo Stato. Ed è proprio qui che nasce un problema che non può essere liquidato con la solita risposta sulla libertà di espressione. La libertà di espressione è sacrosanta.L’articolo 21 della Costituzione stabilisce che «tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione». Perfetto.
Ma da nessuna parte è scritto che un cittadino debba essere obbligato a finanziare qualsiasi opinione, qualsiasi impostazione editoriale o qualsiasi costoso format televisivo semplicemente perché qualcuno ha deciso di inserirlo nel palinsesto del servizio pubblico. Una cosa è il diritto di parlare. Un’altra è pretendere che siano gli altri a pagarti il microfono.Ed è esattamente qui che la Rai dovrebbe essere sottoposta a criteri molto più rigorosi rispetto a una televisione commerciale. Un’emittente privata può decidere di essere apertamente conservatrice oppure progressista. Può costruire un intero palinsesto seguendo una determinata sensibilità politica. Se al pubblico non piace, cambia canale e gli ascolti diminuiscono. Nessuno è costretto a finanziare quell’esperienza editoriale. La Rai dovrebbe funzionare diversamente proprio perché è servizio pubblico.
Se viene finanziata dalla collettività, non può comportarsi come se appartenesse culturalmente a una parte della collettività. Non dovrebbe essere terreno di conquista della sinistra quando governa la sinistra né della destra quando governa la destra. E invece da decenni assistiamo al medesimo spettacolo: governi che cambiano, maggioranze che passano, polemiche sulle nomine, accuse di occupazione, controaccuse, conduttori trasformati in simboli politici e programmi analizzati sulla base della loro collocazione ideologica. È davvero questa la missione del servizio pubblico? Il problema non consiste nell’impedire a un conduttore di avere idee politiche. Sarebbe assurdo oltre che pericoloso. Un giornalista ha naturalmente le proprie convinzioni e deve essere libero di esprimerle. Ma quando entrano in gioco risorse provenienti anche dal canone, la domanda diventa inevitabile: quanto costa quel programma e quale servizio offre realmente a tutti coloro che contribuiscono a finanziarlo? Se un format diventa sostanzialmente una tribuna nella quale prevale sistematicamente una determinata lettura politica della realtà, perché dovrebbe essere pagato anche dal cittadino che considera quella rappresentazione faziosa? Non sarebbe più semplice lasciare che quel prodotto editoriale si confrontasse liberamente con il mercato? La questione, peraltro, deve valere sia a destra sia a sinistra. Perché sarebbe troppo facile indignarsi soltanto quando il conduttore appartiene culturalmente allo schieramento opposto.
Immaginiamo lo stesso format, gli stessi costi e lo stesso grado di militanza, ma con un orientamento politico completamente rovesciato. Chi oggi difende quel programma in nome della libertà di espressione sarebbe altrettanto disponibile a finanziarlo con il proprio canone? È questa la prova più semplice. Il servizio pubblico non dovrebbe garantire l’assenza delle opinioni, cosa impossibile e probabilmente persino indesiderabile. Dovrebbe garantire pluralismo, contraddittorio, equilibrio e qualità. Altrimenti viene meno la principale giustificazione dell’obbligatorietà del suo finanziamento. La questione è diventata ancora più urgente perché siamo nel 2026, non nel 1976. Il monopolio televisivo appartiene alla storia. Oggi un cittadino dispone di televisioni commerciali, piattaforme streaming, quotidiani digitali, podcast, YouTube, social network e un’offerta informativa praticamente sterminata. E allora la domanda diventa inevitabile: perché continuare a imporre un canone senza pretendere in cambio un servizio pubblico realmente riconoscibile come tale? Non basta appiccicare il logo Rai nell’angolo dello schermo per trasformare qualsiasi programma in servizio pubblico. Se vogliamo mantenere il canone, allora bisogna pretendere che ogni euro sia giustificato dalla funzione svolta: informazione, cultura, approfondimento, intrattenimento di qualità, copertura del territorio, tutela delle minoranze linguistiche e soprattutto pluralismo. Diversamente bisogna avere il coraggio di aprire un’altra discussione: abolire o trasformare radicalmente il canone e lasciare che anche determinati programmi Rai si misurino con il mercato. A quel punto ognuno sarebbe liberissimo di fare la televisione che desidera. Di destra, di sinistra, radicale, moderata, conservatrice o progressista.E ognuno sarebbe altrettanto libero di decidere se finanziarla. Perché l’articolo 21 tutela il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero. Ed è una conquista che non deve essere messa in discussione.Ma tra garantire a tutti il diritto di parlare e obbligare tutti a pagare per ascoltare qualcuno esiste una differenza enorme. Ed è proprio su quella differenza che la Rai, prima o poi, dovrà dare una risposta.
Stefano Piazza
vicedirettore Ius101.it
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