LUGLIO 2026
L’amicizia tra Sigfrido Ranucci e Valter Lavitola, confermata da entrambi, e la dichiarata collaborazione del faccendiere ad alcune puntate di Report riaprono il dibattito sul metodo del programma di Rai 3. Chi per anni ha costruito inchieste fondate su relazioni, frequentazioni e coincidenze oggi si trova a dover rispondere agli stessi interrogativi che ha spesso rivolto agli altri. La vicenda che lega Sigfrido Ranucci a Valter Lavitola rischia di trasformarsi nel più clamoroso cortocircuito del giornalismo italiano. Non soltanto perché entrambi hanno confermato la loro amicizia, ma perché lo stesso Ranucci ha dichiarato che Lavitola avrebbe collaborato alla realizzazione di alcune puntate di Report. Una circostanza destinata inevitabilmente ad alimentare interrogativi sull’opportunità di quel rapporto e sulla gestione delle fonti.
Per anni Ranucci ha costruito la propria immagine pubblica come simbolo del giornalismo inflessibile, del professionista che pretende trasparenza assoluta da politici, imprenditori, manager e istituzioni. Oggi, però, è lui a dover spiegare un rapporto personale e professionale con una figura come Valter Lavitola, protagonista per anni delle cronache giudiziarie e politiche italiane. È una contraddizione che difficilmente può essere liquidata come una semplice amicizia. Il punto non è stabilire se Lavitola abbia commesso o meno reati nella vicenda in esame, né attribuire responsabilità che spettano esclusivamente alla magistratura. Il punto è un altro: chi ha trasformato il sospetto nel principale strumento di lavoro dovrebbe sapere meglio di chiunque altro che anche le relazioni personali possono diventare oggetto di legittime domande quando riguardano chi pretende di impartire lezioni di etica pubblica.
Per anni Report ha costruito il proprio successo su un modello giornalistico in cui l’insinuazione precede spesso l’accertamento definitivo dei fatti. Documenti parziali, testimonianze, ricostruzioni, coincidenze e ipotesi vengono presentati come tasselli di un mosaico che il pubblico è naturalmente portato a completare nella direzione suggerita dalla narrazione. La formula è sempre la stessa: “non diciamo che sia così, ma gli elementi fanno pensare”. È un metodo che ha trasformato il sospetto in uno straordinario prodotto televisivo. La presunzione di innocenza, principio cardine dello Stato di diritto, troppo spesso sembra lasciare spazio alla presunzione di colpevolezza mediatica. Chi finisce sotto i riflettori di Report è chiamato a dimostrare la propria estraneità ben prima che un giudice abbia accertato i fatti. L’inchiesta televisiva diventa così una sorta di processo parallelo, nel quale la reputazione viene messa sotto accusa ancora prima delle eventuali responsabilità. Per questo motivo il caso Ranucci-Lavitola assume un valore che va ben oltre la cronaca.
Per la prima volta il principale interprete di questo modello giornalistico si ritrova esposto allo stesso meccanismo che per anni ha applicato ad altri. Ed è inevitabile che molti utilizzino nei suoi confronti lo stesso metro di giudizio che Report ha spesso riservato ai protagonisti delle proprie inchieste. Anche le dichiarazioni rilasciate da Ranucci dopo l’attentato del 16 ottobre 2025 a Torvaianica lasciano aperti numerosi interrogativi. Il giornalista ha evocato possibili coinvolgimenti di ex appartenenti ai servizi segreti, trafficanti d’armi e organizzazioni mafiose, senza che allo stato attuale emerga un quadro investigativo definitivo che colleghi tali ipotesi ai fatti. Nel frattempo rimane sullo sfondo il rapporto con Lavitola, che lo stesso Ranucci ha riconosciuto e che comprende, secondo quanto da lui affermato, una collaborazione nella realizzazione di alcune puntate di Report. La vera questione, tuttavia, riguarda il modello culturale rappresentato da Report. Un giornalismo che troppo spesso sembra sostituire il rigore dell’accertamento con la spettacolarizzazione del dubbio, facendo dell’allusione un linguaggio e del sospetto un format televisivo. È un’impostazione che produce ascolti, consenso e notorietà, ma che rischia di alimentare una cultura nella quale basta evocare una connessione perché questa venga percepita come una prova. La vicenda assume inevitabilmente anche un rilievo politico. Nelle ore successive all’attentato contro Sigfrido Ranucci, la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein aveva puntato il dito contro il governo di Giorgia Meloni, sostenendo, anche dal congresso del Partito dei Socialisti Europei, che l’esecutivo stesse alimentando un clima ostile alla libertà di stampa e che, dove governa la destra, la qualità della democrazia finisca per indebolirsi. Parole alle quali la presidente del Consiglio aveva replicato definendole «gravissime», accusando la leader democratica di screditare l’Italia davanti alla comunità internazionale senza alcun elemento concreto.
Oggi, alla luce dell’evoluzione delle indagini e dell’emersione di elementi che spostano l’attenzione su rapporti personali e frequentazioni dello stesso Ranucci, quelle accuse rivolte al Governo appaiono almeno sgangherate. Se per anni una parte della sinistra ha chiesto conto agli avversari politici di ogni relazione, coincidenza o conoscenza, applicando il principio della massima trasparenza, la stessa coerenza imporrebbe ora un’assunzione di responsabilità. Elly Schlein dovrebbe riconoscere di aver tratto conclusioni politiche prima che i fatti fossero accertati e chiedere scusa al Governo per aver contribuito ad alimentare una narrazione che, allo stato delle indagini, non trova conferma nei fatti emersi. Sarebbe un gesto di rispetto nei confronti delle istituzioni e della stessa presunzione di innocenza che troppo spesso viene invocata solo quando a finire sotto i riflettori sono i propri interlocutori politici. Qualunque sarà l’esito delle indagini sull’attentato e sul rapporto tra Ranucci e Lavitola, una domanda resterà inevitabile: chi per anni ha costruito la propria autorevolezza chiedendo conto delle frequentazioni altrui può davvero pretendere che le proprie non vengano sottoposte allo stesso identico scrutinio? È il prezzo della coerenza. E chi ha fatto della trasparenza assoluta il proprio marchio non può invocare eccezioni quando i riflettori si spostano su di lui.
Stefano Piazza
vicedirettore Ius101.it






