LUGLIO 2026
Il confine tra reale e virtuale nell’industria musicale non è mai stato così sottile. Su TikTok e sulle piattaforme di streaming stanno spopolando profili di artisti interamente creati con l’intelligenza artificiale: volti iperrealistici, canzoni cucite su misura dagli algoritmi e voci sintetiche capaci di raccogliere centinaia di migliaia di visualizzazioni e scatenare il dibattito. Ma cosa significa tutto questo per chi la musica la respira, la scrive e la produce da sempre dietro al banco mixer? Lo abbiamo chiesto a Matteo Cantaluppi, produttore musicale, compositore, sound engineer e docente, è uno dei nomi chiave della discografia italiana contemporanea: alle sue spalle ci sono i successi di artisti come Tommaso Paradiso, Thegiornalisti, Pinguini Tattici Nucleari e Francesco Gabbani. Ma accanto alle grandi produzioni pop mainstream, Cantaluppi porta avanti una ricerca profonda sul rapporto tra suono, percezione e tecnologia, spaziando dalla musica ambient ed elettronica sperimentale con la sua etichetta Cassis Records e il Consorzio Ambient Italiano.
Quando ascolti un pezzo cantato e prodotto interamente dall’IA, riesci ancora a percepire la differenza a livello di anima ed emozione, o la tecnologia ha colmato il divario con l’uomo?
«Per quanto mi riguarda, dipende dal tipo di brano. Quando si parla di mondi già ampiamente codificati — può essere il rock, il pop, ma anche il country o il metal — abbiamo a che fare con qualcosa di già molto quantizzato e preciso, con poco margine di errore, anche quando le canzoni sono prodotte interamente da esseri umani. In questi casi inizia a diventare difficile capire il confine tra AI e uomo. Penso però che l’AI non sia ancora in grado di clonare l’errore, il fuori tempo, l’imprevisto che molta musica ancora contiene. Parlo dell’interplay umano, del fatto di poter suonare musica non necessariamente messa interamente a tempo, in spazi particolari e con persone che reagiscono l’una all’altra. In quel caso l’essere umano ha ancora molto margine. Per non parlare della performance dal vivo, soprattutto in spazi piccoli, a volte scarsamente amplificati. Lì l’uomo può creare qualcosa che l’intelligenza artificiale non può ancora imitare. Dobbiamo ricordarci che prima dell’avvento della registrazione la musica veniva sempre suonata dal vivo, senza metronomo, senza sequenze, senza artifici. Può darsi che torneremo, almeno in parte, a quel modo di fare musica»
La clonazione vocale oggi è indistinguibile da una voce vera. Secondo te la voce sintetica diventerà uno strumento comune come lo è stato il sintetizzatore, o rischia di svuotare di significato l’interpretazione artistica?
«Non me la sento di fare previsioni, ma posso dire che, per quanto mi riguarda, la cosa non mi spaventa troppo. Dipende sempre dal tipo di approccio e dalla musica che si vuole creare. La voce sintetica potrebbe diventare uno strumento comune, anche molto creativo, capace di generare cose che noi esseri umani non potremmo mai fare. Certamente, se la applichiamo esclusivamente al mondo della canzone tradizionale, la tendenza sarà quella di sostituire l’uomo, almeno nel mondo della registrazione. Ma forse questa cosa può spingerci a provare e fare cose diverse, mai fatte prima»
L’AI è in grado di generare canzoni di tre minuti molto simili a quelle che noi umani abbiamo creato negli ultimi ottant’anni? Allora dovremmo sforzarci di fare altro: suonare di più insieme, sviluppare brani più lunghi, con più errori, con più imprevisti. I testi generati dall’IA si basano su formule e parole chiave fatte per funzionare sui social. Questa scrittura standardizzerà la musica o spingerà gli autori umani a essere ancora più unici per differenziarsi?
«Probabilmente standardizzerà un certo tipo di mondo. Ma ricordiamoci che non esiste solo il mondo virtuale, il metaverso o internet. Esiste anche un mondo tangibile, reale. Forse potremo creare qualcosa di alternativo al virtuale, tornando a produrre esperienze in spazi più raccolti, dove ci sia meno manipolazione e dove sia ancora possibile capire se ciò che stiamo ascoltando è autentico oppure artificiale. Si creeranno mondi diversi, altrettanto interessanti, e alcuni saranno probabilmente più umani di altri. Non sono assolutamente contrario ai mondi totalmente virtuali, anzi, li trovo interessanti. Lavorerei piuttosto sul dare alle persone gli strumenti intellettuali per poter scegliere quale mondo esplorare in un determinato momento. Per questo credo che continuerà a esistere una buona differenziazione, a patto di avere i mezzi culturali per orientarsi»
Se oggi chiunque può generare un brano finito dal telefono con pochi clic, come cambia il tuo lavoro in studio? L’artigianato musicale rischia di sparire o il tocco umano diventerà un lusso ancora più prezioso?
«Personalmente, anche se ho lavorato tutta la vita nel mondo della registrazione, non mi preoccupa la possibilità di tornare ad ascoltare più musica in luoghi reali, suonata da persone reali. Sì, più persone potranno creare musica in pochi clic. L’elevata automazione ci darà più tempo libero per creare musica, video o altre forme di espressione in tempi brevi e con strumenti accessibili a tutti. L’artigianalità rimarrà sicuramente. Già oggi, in Italia, sempre meno produttori sanno come registrare una batteria o uno strumento acustico. I pochi che lo sanno fare bene continuano a lavorare. Ci sarà una pluralità di mestieri: alcuni legati al mondo digitale, alla creazione di prompt e alla manipolazione dell’audio; altri legati alla capacità di suonare strumenti reali e registrare strumenti reali. Non è da escludere che alcuni artisti decidano di pubblicare i propri lavori esclusivamente su supporti fisici, evitando di digitalizzare la loro musica e rendendola, in questo modo, più preziosa. Le possibilità sono enormi e stiamo già andando in quella direzione. Bisogna cogliere questi cambiamenti per creare possibilità nuove, magari persino opposte. Mi incuriosisce molto anche l’aspetto collaborativo tra intelligenza artificiale ed essere umano a livello creativo. Credo che siamo solo all’inizio e sono curioso di vedere fin dove potrà spingersi l’interazione uomo-macchina. Non tanto nella sostituzione dell’artista, quanto nella nascita di nuovi processi creativi che oggi forse non riusciamo ancora a immaginare. L’uomo sa essere creativo. Deve esserlo»
Elisa Garfagna
giornalista
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