FEBBRAIO 2026
C’è un odore strano che emana la pellicola di Fritz Lang, anche se la guardi su uno schermo OLED da mille pollici. È un odore di olio bruciato, di sudore freddo e di quel terrore primordiale che provi quando ti accorgi che la tua ombra si sta muovendo da sola, con un ritmo che non ti appartiene più. Cent’anni fa, Lang ha celebrato una messa nera per il secolo che sarebbe venuto, il nostro. Ha costruito una cattedrale di luce per un dio che non ha ancora finito di masticarci.
«Metropolis» compie un secolo, eppure sembra che ci stia ancora aspettando al varco, con un ghigno metallico sul volto e una domanda che ci gela il sangue. Mettiamo da parte la trama per un secondo. Dimentichiamo i manuali di storia del cinema. Parliamo di quella creatura, la «Maschinenmensch». Quando lo scienziato folle Rotwang la porta in vita, tra archi voltaici e fumo denso, non sta solo facendo un esperimento di robotica d’altri tempi. Sta commettendo il peccato originale dell’era digitale: sta cercando di copiare l’anima per sostituirla con un’efficienza perfetta, levigata, senza errori. Oggi ci riempiamo la bocca di «Intelligenza Artificiale», come se avessimo scoperto il fuoco o il segreto della vita eterna. Ma guardate bene la Maria di metallo. È l’antenata dei nostri algoritmi di raccomandazione, dei nostri influencer generati in CGI che non invecchiano mai, di quel codice invisibile che ci sussurra all’orecchio cosa desiderare prima ancora che lo sappiamo noi. Lang l’aveva capito con una lucidità che toglie il fiato: la tecnologia non ci distrugge con i laser o con le guerre atomiche; ci distrugge somigliandoci troppo. Ci seduce. Ci imita finché non dimentichiamo chi era l’originale. L’IA di oggi non è che il fantasma di Maria che infesta i nostri server, un’illusione collettiva che ci fa ballare sull’orlo del baratro mentre la città, quella vera, sta bruciando sotto i nostri piedi.
Il film di Lang è un incubo di linee rette, di triangoli opprimenti, di cerchi perfetti che ruotano nel vuoto. È la geometria del potere allo stato puro. Nel sottosuolo, gli operai sono numeri senza volto che si incastrano in una macchina che non ha altro scopo se non quello di continuare a girare, consumando carne umana per produrre energia astratta. Ma la vita, quella vera, quella sporca, quella che Lang amava e temeva allo stesso tempo, non è mai una linea retta. È un groviglio. È una macchia di grasso su una camicia bianca. La nostra ossessione moderna per l’ottimizzazione estrema, per la produttività misurata da un software che non dorme mai, è la stessa identica gabbia di «Metropolis». Abbiamo solo sostituito la frusta del sorvegliante con la notifica push sullo smartphone, ma il ritmo lo detta ancora un ingranaggio che non conosce stanchezza. Siamo diventati «contenuto» per alimentare un Moloch digitale che ha una fame infinita di dati, di attenzioni, di noi. La macchina di Lang mangiava uomini, la nostra mangia il loro tempo, che poi è la stessa cosa. «Il mediatore tra il cervello e le mani deve essere il cuore».
Che frase ingenua, vero? Quasi irritante nella sua semplicità da romanzetto rosa. Eppure, se la spogli della sua patina anni Venti, se la tiri fuori dal cinema espressionista e la scaraventi in un data center di oggi, è una verità che ti mozza il fiato. Pensateci bene. Il «cervello» oggi è l’algoritmo, una logica pura, spietata, che non conosce il concetto di «giusto», ma solo quello di «probabile». La «mano» è la tecnologia che agisce nel mondo reale, che sposta capitali, che decide chi ottiene un prestito o chi vede una notizia. E il «cuore»? Il cuore è quel bug del sistema, quell’errore umano, quell’imperfezione gloriosa che ci permette di dire: «No, questo non è giusto, anche se è incredibilmente efficiente».
Lang ci stava urlando che un mondo di pura logica è un cimitero illuminato al neon. Se togliamo l’attrito dell’etica, se eliminiamo il dubbio, se lasciamo che la mano esegua ciò che il cervello calcola senza passare per il filtro sporco e impreciso della carne, allora siamo già finiti. Non abbiamo bisogno di robot che ci sostituiscano fisicamente perché stiamo già diventando robot noi stessi per compiacere le macchine che abbiamo creato. Siamo noi che ci stiamo adattando ai loro tempi di risposta, non il contrario.
C’è una bellezza spietata nelle scenografie di Lang. Ti mozzano il respiro perché sono una preghiera rivolta al nulla, un inno alla grandezza che schiaccia chi l’ha costruita. È la stessa sensazione che provo oggi quando vedo un’immagine perfetta generata da un’IA: è bellissima, è tecnicamente inappuntabile, ma è morta. Non c’è un brivido dietro quel pixel, non c’è la paura di fallire, non c’è il segno di una mano che trema.
«Metropolis» è un film sporco di umanità proprio perché cercava di rappresentare la sua assenza. È stato fatto con il sangue, con il fumo vero, con migliaia di comparse che avevano fame sul serio e non con una simulazione di folla renderizzata in poche ore. Ed è per questo che dopo cento anni ci scuote l’anima. Perché sentiamo che il tempo della profezia sta scadendo e noi siamo arrivati all’appuntamento con le mani vuote. Siamo arrivati alla data prevista. La città di Lang non è più un set cinematografico in Germania; è qui, intorno a noi. I grattacieli sono fatti di fibra ottica, i robot hanno nomi gentili, voci sintetiche che ci rassicurano e ci chiamano per nome, e il Moloch è diventato invisibile, nascosto nelle pieghe del cloud. Ma la domanda resta sospesa nell’aria, pesante come una trave di ferro: siamo ancora capaci di essere il «cuore»? O abbiamo delegato anche l’amore, l’odio e la rivolta a un prompt ben scritto, sperando che una macchina ci dica come restare umani? Cent’anni di «Metropolis» non sono un traguardo da festeggiare. Sono un avvertimento urlato nel silenzio dello spazio: la tecnologia è solo uno specchio nero. Se non ti piace quello che vedi riflesso, non rompere lo specchio. Cambia la faccia di chi ci sta davanti. Prima che la macchina impari a sorridere al posto tuo e non ci sia più nessuno a accorgersi della differenza.
Elisa Garfagna
giornalista






