SETTEMBRE 2026
Sono nata e cresciuta in una famiglia in cui si doveva dire “cattivo odore” anziche’ puzza, “ho appetito” anziche’ ho fame, “probabilmente non mi sono spiegata” anziche’ forse non hai capito, “prego?” anziche’ eh, che cosa? (quando non si era udito bene), “mi hai inquietato” anziche’ mi hai fatto arrabbiare, e cosi’ via. Ritengo tuttora questa modalita’ di eloquio fondamentalmente appropriata e saggia: usare espressioni garbate con riferimento a situazioni talora sgradevoli o scomode, o anche soltanto private, mi pare indice di civile convivenza e rispetto per il prossimo.
Ho riscontrato che questa impostazione, all’epoca della mia infanzia e giovinezza, era in auge in ambiti socialmente elevati come in ambiti invece modesti: era una buona regola di educazione, trasversale ai ceti sociali. Sono sicuramente antiquata. Non solo mi pare che tale regola non esista piu’, ma credo che oggi valga una regola o prassi assolutamente opposta: infastidire il piu’ possibile chi riceve il messaggio che si intende inviare sia con l’eloquio che con le immagini. Lo deduco dalle poche occasioni in cui mi capita di assistere a qualche programma televisivo, per lo piu’ inframmezzato dalla pubblicita’.
E’ cosi’ che talora, mentre mi godo a casa un buon caffe’ o cerco qualche rara dignitosa trasmissione, mi imbatto in performances pubblicitarie che definirei l’ “elogio della bruttezza e della grossolanita’”. Bruttezza e grossolanita’ che entrano prepotentemente nelle nostre case mentre la maggior parte delle persone sono riunite in famiglia , spesso dinanzi al desco che reca qualche bella e gustosa pietanza, e vengono assalite dalle piu’ variegate informazioni e consigli d’acquisto, relativi a …. sollievo per le emorroidi, per la stitichezza o al contrario dissenteria, per le mestruazioni (abbondanti o meno), per le perdite urinarie (femminili o maschili), per la “tenuta” della dentiera, per il controllo della traspirazione, per l’eliminazione del vello pilifero (volgarmente, dei peli), e cosi’ via. E fin qui, nulla di grave: si tratta di situazioni che esistono, toccano la generalita’ delle persone, ed e’ logico che le aziende pubblicizzino i propri prodotti. Cio’ che pero’ mi pare inaccettabile, ed anche poco funzionale a favorire le vendite, e’ la costruzione di testi ed immagini che, anziche’ addolcire la sgradevolezza degli argomenti, vi sguazzino compiaciuti.
E’ cosi’ che vediamo disegni di sederi infiammati, intestini disastrati, vagine grondanti sangue, oppure videoregistrazioni ritraenti anziani (donne o uomini) in mutande (certamente le piu’ idonee per combattere l’ incontinenza urinaria), o persone che, per esempio prima di recarsi ad un evento, rimangono… senza denti per un inconveniente della protesi, puntualmente subito riparato da uno straordinario collante. Per non citare le fanciulle che, nude, si cospargono di deodoranti che nell’immaginario pubblicitario le ricoprono di variopinti fiori, oppure si radono col rasoio (pur in epoca di comodo e definitivo laser epilante), lasciando loro una cute liscia e morbida, di talche’ esaltano la loro pelle “di cui sono orgogliose” (cosi’ declamano).
In questo ultimo caso, poi, vi e’ (a mio parere) una aggravante: probabilmente per una sorta di “par condicio” di natura estetica che consiglia di non escludere dalla carrellata di corpi esibiti quelli meno rispondenti ai canoni della bellezza classica, in particolare con riferimento alla continenza delle forme, vi e’ una reiterata proposizione di corpi femminili abbondanti … che, nelle situazioni descritte, per di piu’ nel caldo estivo di questa stagione, immortalati alle prese con peli e sudore, francamente mi pare veicolino un messaggio tutt’affatto contrario alla sensazione di profumo e freschezza che vorrebbero indurre. Insomma, la mia immediata reazione e’ quella di sottrarmi a tali avvilenti e disturbanti immagini cambiando canale o chiudendo la televisione.
Mi piacerebbe sentire al proposito il parere di un esperto di comunicazione, che mi spiegasse come sia possibile che il brutto (tale e’ cio’ che ho descritto) attragga anziche’ respingere: cosi’ deve essere, altrimentI le aziende non insisterebbero nel proporre tali immagini e parole. Si badi, non e’ il grasso in se’ che non va… e’ il modo sgangherato con cui si propone. Basti pensare alla meraviglia delle bagnanti di Ingres per capire come invece le forme abbondanti (e talora debordanti) possono essere gentili, carezzevoli, rasserenanti, appunto attrattive.
Cio’ vale naturalmente per qualunque imperfezione estetica o problema fisiologico: non e’ questa o questo da depennare, posto che chiunque puo’ esserne toccato; e’ il modo in cui vengono presentati e rappresentati i loro rimedi nella informazione pubblicitaria. Che nostalgia del tempo della mia infanzia in cui i disturbi intestinali (che la RAI proibiva di citare esplicitamente, vietando anche l’uso del termine “lassativo”) erano affidati alle gags eleganti e ironiche di Tino Scotti e dei suoi confetti Falqui (“basta la parola!”)! Insomma, non credo di essere una inguaribile romantica se pretendo che la pubblicita’ si esprima in termini garbati, e se anelo a bere un caffe’ senza essere assillata da sederi, intestini, vagine, mutande, dentiere, peli e sudore. Certo, non si tratta di un argomento importante, specie in tempi di guerre militari e commerciali, di gravi crisi geopolitiche e di incertezze sul futuro della umanita’; ma appunto per questo un po’ di bellezza ed eleganza veicolate dalla pubblicita’ non guasterebbero, in luogo della bruttezza e grossolanita’ che quotidianamente ci vengono propinate.
Donatella Masia
già sostituto procuratore del tribunale di Asti
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