SETTEMBRE 2026
Sigfrido Ranucci non conduce più Report, e questa è già di per sé una notizia che pesa. Ma la sua storia non è solo la storia di un conduttore che perde un programma: è il racconto di come un uomo, travolto da una vicenda personale imbarazzante, ha scelto di trasformarsi in martire. Per capirlo, bisogna partire dal luogo in cui tutto è accaduto: la Rai. Essendo la tv di Stato, è da sempre in balìa delle logiche della spartizione partitica, la famosa lottizzazione. Così ogni taglio di budget, ogni spostamento di palinsesto, ogni mancato rinnovo si porta dietro un’ombra politica. E quest’ombra, stavolta, si è fatta concreta. Il 28 agosto 2026 la Rai ha comunicato che Ranucci non condurrà più il programma, e che al suo posto arriveranno Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi. A lui sono state offerte tre strade: Rainews, il Tg3 o un ufficio di corrispondenza, tra cui quello del Cairo. Il motivo di tutto questo va cercato nel caso Lavitola. Nell’ottobre del 2025 una bomba era esplosa davanti alla casa di Ranucci, a Campo Ascolano, distruggendo due auto ma senza ferire nessuno. A fine giugno sono state arrestate quattro persone; ad agosto è finito in carcere Valter Lavitola, imprenditore e suo fraterno amico, che ha confessato di aver organizzato l’attentato. Ranucci non è indagato: secondo la procura è stato manipolato da Lavitola, che voleva accrescerne la popolarità per spingerlo in politica.
E qui il racconto si fa scomodo. Dalle intercettazioni è emerso che Ranucci condivideva con Lavitola documenti interni della Rai e ne parlava malissimo: una cosa che, per un giornalista della sua importanza, è difficile da giustificare. Ma la deriva più grave è arrivata dopo. Nei giorni della bufera ha pubblicato su Facebook un post, “La voce che spaventa”, in cui accostava la propria vicenda a quella di Aldo Moro, Piersanti Mattarella, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, scrivendo che la storia italiana “non uccide mai i suoi uomini migliori per vergogna: li uccide per eccesso di chiarezza”. Poi, davanti all’offerta del Cairo, ha aggiunto: “Forse sperano faccia la fine di Regeni”. Le reazioni non si sono fatte attendere. Maria Falcone, la sorella del giudice ucciso dalla mafia, ha detto di non condividere quel post, perché la bomba davanti alla casa di Ranucci è “tutt’altra cosa” rispetto a una bomba mafiosa. Flavio Tosi ha parlato di un paragone orribile, ricordando che alla camorra la bomba la mise per fargli un favore. Ranucci si è difeso dicendo di non essere paragonato a nessuno, ma di aver solo pubblicato un pezzo del suo libro.
Ora, i pro e i contro di questa narrazione vanno guardati con onestà. Da un lato, raccontare gli attacchi subiti è una difesa vera: porta le minacce alla luce e tiene alta l’attenzione sulla redazione. Ma è anche uno strumento di marketing. Gran parte del pubblico di Report diffida per istinto delle istituzioni, e quando Ranucci denuncia un attacco conferma esattamente quello che il suo spettatore già pensa, stringendo un patto fiduciario quasi indissolubile. C’è poi l’effetto Streisand: chi lo attacca finisce per auto-sabotarsi, perché più alza i toni, più gli regala la prova di quel sistema oppressivo che lui denuncia. E infine c’è la sindrome del martirio: l’Italia ha sempre amato gli eroi isolati, e vestire quei panni dà a chiunque una statura morale superiore. Il vittimismo, insomma, non è debolezza: è una macchina per costruire potere. Dall’altro lato, però, il conto è salato, e lo paga soprattutto la credibilità del giornalismo. Quando l’attenzione si sposta dai fatti raccontati alle sorti del conduttore, la domanda non è più “Come risolviamo il problema svelato dall’inchiesta?” ma “Cosa faranno ora a Ranucci?”. E qui sta il paradosso più difficile da mandare giù: chi oggi recita la parte della vittima ha passato la carriera a rovinare la reputazione di decine di persone, spesso con inchieste discutibili, ricostruzioni parziali e attese di sentenze. Report ha mandato in onda servizi che hanno distrutto vite, famiglie e aziende. Che chi ha fatto questo si erga ora a martire della libertà di stampa, paragonandosi a Falcone e Regeni, è un cortocircuito morale che molti faticano ad accettare. Le intercettazioni con Lavitola, il legame con chi lo ha manipolato, la rimozione da parte di una Rai che pure gli ha offerto tre alternative: tutto questo fa sembrare la sindrome dell’assedio non una difesa, ma il modo più comodo per trasformare una vicenda personale imbarazzante in una battaglia per la libertà di stampa.
Elisa Garfagna
giornalista






