LUGLIO 2026
Se frequentate anche solo un minimo i social network, vi sarà sicuramente capitato di imbattervi in quelle sezioni commenti che lasciano l’amaro in bocca, ma a volte si va ben oltre il semplice e deprecabile sfogo da tastiera. Di recente mi è capitato di leggere un commento rivolto direttamente a me, uno di quelli che fanno venire i brividi. Nel mezzo di una banale discussione, un utente mi ha scritto una frase agghiacciante: mi ha augurato di incontrare presto “il mio Turetta”. È stato un momento che mi ha fatto riflettere su quanto il linguaggio dell’odio online abbia ormai superato ogni limite, arrivando a evocare tragedie reali come strumento di intimidazione nei confronti di chi esprime un’opinione.
Augurare a qualcuno, con una leggerezza disarmante, di finire vittima di un femminicida ci sbatte in faccia una realtà brutale e dimostra come lo spazio digitale sia diventato una terra di nessuno, dove l’empatia svanisce e le parole perdono il loro peso specifico. Non possiamo più far finta di niente dicendo che si tratta solo di leoni da tastiera, perché ciò che viene scritto online ferisce, terrorizza e ha un impatto devastante sulla vita reale delle persone. È tempo di dire basta ed è urgente una legge organica che tuteli i cittadini dall’odio sul web, ma per farlo serve muoversi con intelligenza e lungimiranza.
Oggi, se si segnala un insulto o una minaccia a un social network, la risposta è quasi sempre un muro di gomma, poiché gli algoritmi non comprendono il contesto culturale o la gravità di certe affermazioni e le segnalazioni cadono nel vuoto. Per cambiare davvero le cose dobbiamo pretendere interventi strutturali, a partire da una reale responsabilizzazione delle piattaforme. I colossi del tech non possono più lavarsene le mani, e se un utente segnala una minaccia di morte o una violenza psicologica grave, la piattaforma deve avere l’obbligo di intervenire subito, rimuovendo il contenuto e salvando i dati per le autorità, pena il diventarne complice. Parallelamente, chi subisce violenza online oggi si scontra con una burocrazia infinita, motivo per cui servono canali di denuncia rapidi e procure con personale specializzato capaci di muoversi nel mondo digitale prima che sia troppo tardi. Naturalmente la repressione è solo l’ultimo pezzo del puzzle, ed è fondamentale ripartire dalle scuole con un’educazione all’empatia digitale, insegnando che la responsabilità delle nostre parole non evapora solo perché le stiamo digitando dietro uno schermo luminoso.
Ogni volta che la situazione online sfugge di mano, rispunta la solita proposta di obbligare tutti a usare lo SPID o la Carta d’Identità per iscriversi ai social, pensando che se ognuno fosse identificabile ci penserebbe due volte prima di insultare. L’idea di fondo è comprensibile, ma se guardiamo attentamente questa soluzione presenta criticità enormi e pericolose. Innanzitutto, l’anonimato non è solo la maschera dei vigliacchi, ma è anche uno scudo vitale per molte persone vulnerabili. Pensiamo a una donna vittima di violenza domestica che cerca aiuto in un gruppo di supporto, a un ragazzo che non può fare coming out in famiglia, o a chi soffre di una malattia stigmatizzata e cerca conforto online. Se per entrare nei social servisse l’identità reale certificata, queste persone perderebbero il loro unico spazio sicuro.
Inoltre, sorge spontaneo chiedersi se vogliamo davvero che multinazionali private, spesso straniere, abbiano accesso diretto e certificato alla nostra identità di stato, incrociandola con i nostri messaggi privati, le nostre opinioni politiche e i nostri orientamenti. Se i database di un social venissero bucati da un attacco hacker, cosa che accade continuamente, i criminali avrebbero in mano le identità digitali reali di milioni di cittadini, creando un rischio di furto d’identità colossale. C’è infine un problema di barriere e sbarramenti digitali, dato che lo SPID è uno strumento tutto italiano e creerebbe enormi problemi di gestione per gli stranieri o i turisti, senza contare che obbligare all’uso dell’identità digitale taglierebbe fuori una fetta enorme di popolazione anziana o meno digitalizzata, escludendola di fatto dalla piazza pubblica odierna.
La soluzione ideale non può essere trasformare internet in uno stato di polizia digitale, ma non può nemmeno rimanere questo selvaggio Far West. La strada giusta sta nel mezzo, in quello che potremmo definire un anonimato responsabile. L’utente deve poter continuare a usare un nickname per proteggere la propria privacy quotidiana, ma la piattaforma, attraverso regole europee chiare e una crittografia sicura, deve essere tecnicamente in grado di fornire l’identità reale del profilo soltanto alla magistratura, e solo nel momento in cui viene commesso un reato grave. La libertà di espressione è un diritto meraviglioso, ma finisce dove iniziano la minaccia e la violazione della dignità degli altri. Augurare il male a qualcuno non significa esprimere un’opinione, significa fare violenza, e il web non può più essere il suo porto sicuro.
Elisa Garfagna
giornalista






