MAGGIO2 2026
La disinformazione online non è un fenomeno diffuso in modo casuale. È concentrata, strutturata e persistente. E, soprattutto, tende a riprodursi nel tempo.
Il dato più significativo riguarda la concentrazione degli attori: nel primo anno della pandemia, secondo un rapporto del Center for Countering Digital Hate, gran parte della disinformazione sui vaccini è stata prodotta da appena 12 persone, seguite complessivamente da 59 milioni di profili. Le evidenze convergono. Uno studio pubblicato su Science ha identificato 2.107 account responsabili dell’80% delle fake news circolate su Twitter/X durante le elezioni presidenziali statunitensi del 2020. Un’altra ricerca ha mostrato una concentrazione ancora più estrema: appena lo 0,1% degli utenti è in grado di generare l’80% della disinformazione .
A questo si aggiunge un ulteriore elemento critico: la velocità. Secondo il MIT, le notizie false hanno una probabilità di diffusione fino al 70% superiore rispetto a quelle verificate. Dalla pandemia alle guerre, dalle migrazioni al clima, il contenuto si trasforma, ma il modello resta.
“Il problema non è solo il contenuto falso, ma il modello discorsivo che lo rende credibile e condivisibile: una vera e propria grammatica della persuasione» sottolineano i responsabili di SemiotiGram.
La disinformazione non è un’anomalia, ma un dispositivo. Un sistema in cui pochi producono contenuti, molti li amplificano, le piattaforme ne accelerano la diffusione. Il risultato è un’architettura comunicativa stabile, capace di adattarsi a contesti diversi senza modificare la propria logica interna.
La novità non sta nell’esistenza delle fake news, ma nella loro organizzazione. Non si tratta più di singoli episodi, ma di una dinamica sistemica in cui il falso non nasce ogni volta da zero, si sposta tra temi e contesti, mantiene intatta la propria struttura narrativa.
In questo scenario, la questione non è più soltanto verificare i contenuti, ma comprendere i meccanismi che li rendono efficaci. Infine la disinformazione funziona perché è visibile, è emotivamente attivante, è inserita in reti già esistenti.






