GIUGNO 2026
Ci sono mattine in cui la routine scolastica di un liceo storico segue un binario talmente prevedibile da apparire immutabile. Il suono della prima campanella, il brusio nei corridoi, lo strusciare delle sedie sul pavimento, il registro elettronico che si apre sullo schermo del docente. Un lunedì mattina di maggio, al Liceo Classico e Linguistico “Muratori-San Carlo” di Modena, la giornata era iniziata esattamente così. Nessuno, tra docenti, studenti e personale ATA, avrebbe mai potuto immaginare che di lì a poche ore la monumentale facciata dell’istituto sarebbe diventata lo sfondo di un’evacuazione d’emergenza in piena regola, completa di sirene, carabinieri e artificieri. Il motivo? Un ordigno bellico della Prima Guerra Mondiale, trasportato nello zaino da uno studente di terza superiore come se fosse un banale dizionario di greco o la merenda per l’intervallo. Per comprendere la natura di questo paradosso contemporaneo, bisogna entrare nell’aula della terza classe in cui si sono svolti i fatti. L’orario prevedeva una lezione di storia, incentrata proprio sui primi decenni del Novecento e sui drammatici risvolti della Grande Guerra. È in questo contesto che un giovane studente, spinto da un entusiasmo didattico decisamente fuori dal comune e da una dose altrettanto massiccia di ingenuità, ha deciso di offrire il proprio contributo personale alla spiegazione del professore. «Prof, ho portato una cosa da casa per la lezione», avrebbe detto il ragazzo, prima di infilare la mano nella cerniera dello zaino e posare sul banco un oggetto pesante, metallico, di forma ogivale. Un proiettile di mortaio del 1915-1918, in perfetto stato di conservazione.
La reazione del microcosmo classe è lo specchio fedele della nostra epoca. Inizialmente c’è stato un momento di sospensione, quel secondo di silenzio in cui il cervello umano fatica a elaborare un’informazione totalmente fuori contesto. Poi, la realtà si è imposta con tutta la sua potenziale pericolosità. Mentre il docente assumeva il controllo della situazione con encomiabile sangue freddo, tra i banchi si è scatenato il panico. Ma è un panico moderno, mediato dagli smartphone: alcuni studenti sono rimasti pietrificati, mentre altri hanno istintivamente estratto i telefoni per filmare la scena. Nel giro di pochi minuti, le chat di WhatsApp del liceo sono state invase da video verticali e messaggi vocali concitati: «Oddio, un mio compagno ha portato una bomba in classe!». Il professore, comprendendo immediatamente la gravità della situazione ma mantenendo una calma ferrea per evitare l’isterismo collettivo, ha preso l’ordigno arrugginito, lo ha rimosso dall’aula e lo ha trasportato nel cortile interno dell’istituto, un luogo isolato e sicuro rispetto alle aule. Nel frattempo, la dirigenza scolastica attivava i protocolli di emergenza previsti in questi casi straordinari, allertando il 112. La macchina della sicurezza è scattata immediatamente. Nel giro di dieci minuti, via della Cittadella è stata invasa dalle gazzelle dei Carabinieri del Comando Provinciale di Modena. Il dirigente scolastico ha disposto l’evacuazione immediata di tutto l’edificio. Centinaia di studenti hanno abbandonato le aule in modo ordinato, riversandosi in strada, sotto gli occhi stupiti dei passanti e dei residenti del centro storico.
Nonostante il secolo di vita alle spalle, i proiettili bellici conservano spesso una carica esplosiva intatta e altamente instabile: gli agenti atmosferici e il passare del tempo possono rendere l’innesco estremamente sensibile agli urti. Gli studenti del turno pomeridiano hanno potuto riprendere le lezioni, mentre per i ragazzi del mattino la giornata scolastica si è conclusa anticipatamente con un’esperienza che difficilmente dimenticheranno. Cosa rimane di questa vicenda, al netto dello spavento e del clamore mediatico? Rimane un’enorme questione legata alla percezione del rischio e alla memoria storica. Le indagini dei Carabinieri hanno subito escluso qualsiasi intento doloso o goliardico: il ragazzo non voleva fare uno scherzo, né tantomeno minacciare qualcuno. Il suo era un autentico, seppur strabiliante, deficit di percezione del pericolo. Nella mente del giovane, quel blocco di ferro non era un’arma letale capace di abbattere un muro, ma un semplice “oggetto antico”, un pezzo di antiquariato domestico trovato in qualche cantina o soffitta di famiglia, privato del suo significato di morte dal passaggio delle generazioni. La dirigenza del Muratori-San Carlo ha comunque confermato che l’episodio non rimarrà impunito. Sebbene venga riconosciuta la totale buona fede e l’ingenuità dello studente, l’atto di portare a scuola un materiale esplosivo configura una violazione gravissima del regolamento d’istituto e delle norme di sicurezza pubblica. Nei prossimi giorni il consiglio di classe si riunirà per deliberare una sanzione disciplinare adeguata, che con ogni probabilità punterà sull’utilità sociale e sulla riflessione, piuttosto che sulla mera punizione punitiva. L’episodio di Modena solleva un interrogativo su come la Storia venga tramandata. Spesso lamentiamo il distacco delle nuove generazioni dagli eventi del passato, la loro indifferenza nei confronti dei sacrifici che hanno costruito il presente. Eppure, quando la Storia irrompe nella realtà con tutta la sua fisica, pesante e arrugginita concretezza, ci accorgiamo che il vero pericolo non è l’oblio, ma la decontestualizzazione. Lunedì, al liceo Muratori, si è sfiorata la tragedia per un eccesso di zelo didattico. La prossima volta, per spiegare la Grande Guerra, insegnanti e studenti concorderanno che un vecchio libro di testo o un documentario in bianco e nero sono più che sufficienti a fare memoria, senza il bisogno di risvegliare i fantasmi di un conflitto mai davvero spento.






