SETTEMBRE 2025
Mentre migliaia di soldati e mezzi ad alta tecnologia sfilavano per le vie di Pechino, tre figure centrali del panorama geopolitico internazionale hanno occupato la prima fila: Xi Jinping, Vladimir Putin e Kim Jong Un. Un’immagine dal forte valore simbolico, destinata a far discutere non solo per la coreografia militare, ma soprattutto per il messaggio politico che trasmette: la nascita di un asse che sfida apertamente l’egemonia statunitense.
Pochi giorni prima, a margine della riunione della Shanghai Cooperation Organization, Xi aveva già stretto la mano al presidente russo e al premier indiano Narendra Modi, sorridendo davanti alle telecamere. Una scena che, letta in sequenza con la parata, racconta più di tante dichiarazioni: l’Asia sta ridisegnando i propri equilibri, e lo fa mentre gli Stati Uniti riducono il proprio impegno internazionale e Donald Trump, tornato alla Casa Bianca, rivede da cima a fondo rapporti e alleanze.
Gli incontri e le immagini di Pechino sono stati interpretati come un segnale eclatante, se non provocatorio, nei confronti dell’Occidente. In un post social indirizzato a Xi, lo stesso Trump ha reagito con ironia, scrivendo: «Per favore, porgi i miei più cordiali saluti a Putin e a Kim Jong Un, mentre complottate contro gli Stati Uniti d’America». Un riconoscimento implicito che la triade Pechino-Mosca-Pyongyang rappresenta ormai un fronte diplomatico da non sottovalutare.
La parata celebrava l’80º anniversario della vittoria cinese nella Seconda guerra mondiale, ma l’evento è stato anche un’occasione per riaffermare la centralità di Pechino nella regione. Xi ha bisogno di energia russa a prezzi ridotti e di stabilità ai confini con la Corea del Nord, mentre Putin cerca una via d’uscita dall’isolamento imposto dalle sanzioni occidentali dopo l’invasione dell’Ucraina. Kim, dal canto suo, punta a legittimità internazionale e sostegno economico, nella speranza di reggere il confronto con la Corea del Sud.
La Cina si trova a gestire fratture sociali ed economiche interne, dalle disuguaglianze alla questione di genere, e allo stesso tempo un confronto sempre più aspro con Taiwan. Xi si propone come il portabandiera di un’alternativa all’ordine mondiale costruito dopo il 1945 e dominato da Washington. Secondo Jeff Kingston, docente alla Temple University di Tokyo, «questa parata mette in mostra l’ascesa della Cina, favorita dall’incompetenza diplomatica di Trump e dalla capacità di Xi di attrarre consensi per un modello alternativo». Tuttavia, molti analisti mettono in guardia dal leggere la scena come la costruzione di un nuovo blocco. Pechino resta diffidente verso la potenza nucleare nordcoreana e ha più volte sostenuto sanzioni contro Pyongyang per contenerne le ambizioni militari. Per Putin, la presenza a Pechino è stata un’occasione per scrollarsi di dosso l’immagine di leader isolato. Al suo fianco, oltre a Xi, c’erano il premier indiano Modi, il presidente turco Erdogan e quello iraniano Pezeshkian: un palcoscenico ideale per mostrarsi come statista ancora influente. La Russia continua a dipendere dalla Cina non solo per la vendita del suo gas e petrolio, ma soprattutto per l’accesso a tecnologie a duplice uso che permettono di aggirare le sanzioni e sostenere lo sforzo bellico. «La Cina è diventata la principale fonte di entrate per Mosca», osserva Alexander Gabuev del Carnegie Russia Eurasia Center. «In cambio, la guerra in Ucraina distrae gli Stati Uniti e offre a Pechino più margini di manovra». Il leader nordcoreano ha partecipato per la prima volta a un evento multilaterale dall’inizio del suo regime. A Pechino ha cercato di rafforzare i legami con Mosca, inviando anche soldati e materiale militare in supporto alle forze russe. In un incontro con Putin, Kim ha definito «obbligo fraterno» il sostegno alla Russia. Secondo un rapporto dell’Institute for National Security Strategy di Seul, il viaggio ha soprattutto l’obiettivo di consolidare le relazioni con i partner in vista di una possibile riapertura del negoziato nucleare con Trump, interrotto nel 2019. «Kim può rivendicare un successo diplomatico», ha sottolineato Leif-Eric Easley dell’Università Ewha, «perché è passato dall’essere sanzionato da tutti al ricevere il riconoscimento di due membri permanenti del Consiglio di sicurezza ONU». Narendra Modi ha scelto una linea prudente. Pur incontrando Xi, ha evitato di presenziare alla parata militare, segnale che la diffidenza tra Nuova Delhi e Pechino non è scomparsa dopo gli scontri mortali al confine del 2020. Secondo Praveen Donthi dell’International Crisis Group, «l’India procede con cautela tra Occidente e Oriente. Vuole mantenere rapporti solidi con Washington, non rinunciare al legame storico con Mosca e allo stesso tempo gestire la relazione complessa con la Cina». Non a caso, i colloqui per un accordo di libero scambio con gli Stati Uniti si sono arenati dopo l’imposizione di nuovi dazi da parte dell’amministrazione Trump, mentre Nuova Delhi ha segnalato la volontà di rafforzare l’intesa energetica con Mosca.
La settimana di Pechino ha messo in scena una verità ormai evidente: il mondo si sta muovendo verso un equilibrio multipolare, in cui ogni attore cerca di massimizzare i propri vantaggi senza legarsi troppo a un solo fronte. Xi vuole proporsi come alternativa al declino occidentale, Putin cerca ossigeno politico ed economico, Kim cerca sopravvivenza e visibilità, Modi tenta di bilanciare gli interessi globali con le esigenze nazionali. L’unica certezza è che l’Asia si candida a diventare il baricentro delle nuove dinamiche globali, mentre gli Stati Uniti osservano con crescente preoccupazione. Per ora Xi, Putin e Kim si mostrano insieme, ma ognuno di loro guarda solo al proprio tornaconto. Altro che nuova alleanza: la foto di Pechino sembra più un matrimonio di convenienza. E come spesso accade con questi matrimoni, la luna di miele rischia di finire molto prima di quanto non duri l’eco delle fanfare militari.
Stefano Piazza
vicedirettore Ius101.it






