GIUGNO 2025
Qualche giorno fa, a Bologna, si è tenuta l’Assemblea annuale di Confindustria, che ha rappresentato, una volta di più, come la realtà manifatturiera del nostro Paese stia languendo in una strisciante deindustrializzazione per lasciare il primato all’industria energetica (leggi Elettricità Futura) che sfoggia profitti, senza extra, da brivido e peraltro perfettamente legittimi.
Uno dei focus, inevitabili, dell’intervento del Presidente Orsini è stato sui costi energetici che devono sostenere coloro (sempre meno) che ancora intendono produrre nel nostro Paese e sulla necessità di rivedere il meccanismo dei prezzi energetici disaccoppiando i prezzi dell’energia elettrica da quelli del gas. Orsini ha denunciato un fatto ampiamente noto nel settore ma non ancora compiutamente compreso da tutti coloro che pagano le bollette dell’energia elettrica: gli impegni di spesa presi dai governi che si sono succeduti dal 2008 in avanti per finanziare le rinnovabili intermittenti, eolico e fotovoltaico, sono stati di oltre 200 miliardi di euro. Di questi, ad oggi, ne sono già stati spesi 170. Cercate nella vostra bolletta elettrica gli “oneri di sistema” e poi moltiplicateli per milioni di utenti: vi renderete conto che il vero, grande, intervento di spesa pubblica del nostro Paese, dal dopoguerra, è questo.
Meglio non chiedersene i risultati. Il ragionamento di Orsini è quello di molti italiani: abbiamo investito cifre enormi sulle rinnovabili, è tempo che ci venga restituito un dividendo. La via più semplice sarebbe smettere di pagare l’energia elettrica ad un prezzo vincolato a quello del gas disaccoppiando il prezzo dell’elettricità prodotta con il gas da quella con le rinnovabili. Quello che accade oggi nel mercato italiano dell’energia, dove il costo è superiore del 35% alla media europea, è che vi siano compagnie che producono a costi molto inferiori a quelli del gas, riuscendo così a maturare elevati profitti in maniera del tutto legale. Questo è possibile a causa del sistema di formazione dei prezzi dell’elettricità a livello europeo: il meccanismo del prezzo marginale. Il prezzo dell’elettricità viene stabilito da aste in cui domanda e offerta si incontrano.
Il meccanismo del prezzo marginale fa sì che il prezzo dell’ultima offerta accettata venga attribuito anche a tutti gli altri contratti accettati. Pertanto, anche se il 90% delle offerte fosse di € 30 per megawattora e solo il 10% fosse di € 100 per megawattora il prezzo finale, per tutti, sarà di € 100 per megawattora. Evidente il fallimento dei propositi con cui era stato ideato il meccanismo del prezzo marginale: premiare la produzione di fonti rinnovabili, ritenute a basso costo, in modo tale da accelerare la transizione energetica. Sono state create, invece, delle sacche di profitti ed un sistema assuefatto a rendimenti garantiti dallo Stato dove le fonti stesse non sono incentivate a diventare più efficienti grazie agli ampi margini di guadagno: un Paradiso dove il rischio d’impresa non esiste. Naturalmente esiste anche l’Inferno, abitato da coloro che l’energia la devono pagare, per vivere e per produrre, e da cui non esiste una via di fuga semplice perché modificare il meccanismo del prezzo marginale richiederebbe una riforma di tutte le borse dell’Unione europea: più difficile che salire in Purgatorio. Quella che cerca Orsini, e la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, è una via d’uscita attraverso il disaccoppiamento del prezzo dell’elettricità da quello delle rinnovabili. Qualcosa che in Europa è del tutto inedito ed i cui effetti, in un mercato complesso come quello elettrico, ci potrebbero condurre in una selva oscura..
In definitiva rimarremo ancora a lungo ancorati al prezzo del gas: se da un lato il nucleare non arriverà prima del 2040, dall’altro eventuali soluzioni efficaci troveranno fortissime resistenze in quella stessa parte di Confindustria che fa riferimento ad Elettricità Futura e che non pensa, nemmeno per un istante, a rinunciare alle sue rendite parassitarie. Incoraggiare l’utilizzo di contratti a lungo termine, in particolare i power purchase agreement (Ppa), presenta delle criticità insuperabili se non imponendo interventi drastici. Il primo è l’adeguamento degli indici dei prezzi per questi contratti a quelli pre-COVID, più allineati a quelli dei competitors europei, il secondo, altrettanto sgradito ai profeti del sole e del vento, è di impedire le concessioni di una garanzia pubblica per questi contratti, che li trasformerebbe in un girone infernale, analogo a quanto avvenne con la garanzia pubblica per i certificati verdi (CV) a vantaggio della produzione di energia elettrica da fonte eolica, che ancora oggi stiamo pagando. Ma dove Orsini pare smarrire la retta via è quando si scaglia contro i veti che bloccano progetti per 150 gigawatt (GW) di nuovi impianti di rinnovabili intermittenti. Se è vero che “il vento e il sole sono gratis” e quindi gli impianti eolici e solari hanno dei costi marginali bassissimi mentre una centrale a gas è legata al prezzo del combustibile è altrettanto vero che per evitare di rimanere delle giornate “nella selva oscura” le centrali a gas, al momento, sono l’unica soluzione di cui disponiamo.
Quindi Orsini farebbe meglio a ricordarsi che se mettessimo realmente in rete 150 gigawatt (GW) di rinnovabili intermittenti Terna ci imporrebbe, quale pena del contrappasso, di installare, in aggiunta, almeno due terzi di questa potenza di centrali a gas per garantire l’adeguatezza della rete elettrica: un posto, nel secondo girone dell’Inferno, quello degli scialacquatori, non ce lo toglierebbe nessuno.
Giovanni Brussato
ingegnere






