GIUGNO 2026
Vent’anni fa, l’oro scambiava a circa 670 dollari l’oncia; oggi, con una crescita superiore al 600% e quotazioni stabilmente sopra i 4.600 dollari l’oncia è diventato un pilastro della gestione patrimoniale. Dal 2000, l’oro ha registrato un tasso di crescita annuale composto (CAGR) dell’11% in dollari e del 10,5% in euro, sovraperformando quasi ogni altra asset class e riaffermandosi non più come semplice assicurazione, ma come l’asset di regolamento finale in un portafoglio strategico. Ci troviamo in quella che può essere definita una “Timeline Alternativa”, un regime caratterizzato dal collasso della fiducia istituzionale verso le banche centrali e i governi, dove la Pax Americana, l’ordine monetario e politico globale stabilito nel 1945, sta giungendo al termine, lasciando spazio a un sistema multipolare. In questa transizione, l’oro rimane l’unico ancoraggio monetario neutrale rimasto. Tuttavia, il percorso verso nuovi massimi non è privo di turbolenze tecniche, come dimostrato dai recenti scossoni di mercato che hanno testato la resilienza degli investitori.
A marzo, l’oro ha registrato una correzione del 12%, chiudendo a 4.608 dollari l’oncia. Nonostante sia stata la performance mensile più debole dal 2013, un’analisi più profonda rivela che questo drawdown non è stato causato da un deterioramento dei fondamentali, ma da violente dinamiche di riduzione della leva finanziaria (deleveraging). I fattori chiave che hanno guidato il crollo di marzo sono stati molteplici. Un deflusso netto globale di 84 tonnellate geograficamente collocato in Occidente (Nord America ed Europa) mentre l’Asia ha agito da compratore netto per 10 tonnellate. Il calo dei mercati azionari che ha costretto i gestori a vendere oro, l’asset più liquido e in guadagno, per coprire le chiamate di margine (margin calls) sui portafogli equity. Uno scenario che definisce con cruda chiarezza il “Paradosso della Liquidità”: durante gli shock finanziari, si vende ciò che si può (l’oro), non ciò che si vuole.
Un’evidenza resa manifesta dal caso della Banca Centrale della Turchia che in marzo ha deciso di utilizzare circa 60 tonnellate d’oro come collaterale per frenare il forte deprezzamento della lira: l’oro è stato il cuscinetto macroeconomico attivo per difendere la valuta nazionale. L’oro era l’asset più liquido e immediatamente spendibile per fare cassa durante lo shock geopolitico e tuttavia le vendite e gli swap della Turchia hanno alimentato speculazioni su vendite imminenti, accentuando la pressione ribassista. Storicamente, come nel 2008 e nel 2020, questi crolli sono il preludio a nuovi massimi ciclici non appena la liquidità del sistema viene ripristinata. Con il petrolio Brent oltre i 110 dollari al barile, lo shock dal lato dell’offerta sta erodendo la crescita globale mentre alimenta l’inflazione: sullo sfondo c’è chi ipotizza che oggi l’overstretch americano sia un segnale del tramonto del petrodollaro.
La risposta multipolare è già in atto: da un lato con il progetto “The Unit”, un sistema di regolamento dei BRICS composto al 40% da oro fisico e al 60% da un paniere di valute locali. Dall’altro con l’espansione delle infrastrutture asiatiche che sta trasformando l’oro da asset rifugio a strumento di regolamento commerciale globale.
Il passaggio verso un “Petrogold” dimostrerebbe che il controllo delle risorse stia sostituendo l’ottimizzazione del capitale come paradigma dominante. L’aumento della volatilità nel 2026 viene interpretato come un fenomeno mean-reverting: statisticamente il prezzo tornerà alla sua media a lungo termine. I dati del World Gold Council indicano che lo shock della volatilità dell’oro ha un’emivita di soli 1,6 mesi, un comportamento simile a quello delle azioni che suggerisce un rapido ritorno alla normalità.
In un regime in cui la correlazione tra bond ed equity è diventata positiva, entrambi scendono durante gli shock inflattivi, l’oro non è solo un beneficio, ma una necessità matematica: è l’unico asset che mantiene una correlazione bassa o negativa durante i picchi inflattivi. L’attuale correzione di prezzo non è un segnale di uscita, ma uno stress test monetario che conferma l’integrità del “bull market”: In un’epoca di fiducia in caduta libera “In Gold We Trust” non è più un motto filosofico, ma un imperativo strategico per la sopravvivenza finanziaria.
Giovanni Brussato
ingegnere






