GIUGNO 2026
In Italia le grandi opere sembrano condannate a seguire sempre lo stesso destino. Non importa che si tratti del Ponte sullo Stretto, della Tav Torino-Lione, del Mose di Venezia o del nuovo stadio di San Siro. Ogni progetto finisce inevitabilmente travolto da polemiche, esposti, ricorsi, indagini, sospetti di corruzione e scontri politici che spesso si protraggono per anni. L’ultima vicenda riguarda il Ponte sullo Stretto di Messina. La Procura di Roma ha aperto un’inchiesta per corruzione e rivelazione di segreto d’ufficio che coinvolge tre persone accusate di aver tentato di influenzare il controllo della Corte dei Conti sul progetto definitivo dell’opera. Le accuse dovranno naturalmente essere accertate nelle sedi competenti e vale per tutti il principio della presunzione di innocenza. Tuttavia, ancora una volta, la cronaca giudiziaria si intreccia con una delle infrastrutture più discusse della storia italiana. Ma il Ponte non rappresenta un’eccezione. Anche il futuro di San Siro, uno degli stadi più iconici d’Europa, è finito negli ultimi mesi sotto la lente della magistratura. Le procedure relative alla vendita dell’area e alla realizzazione del nuovo impianto sono state oggetto di verifiche e accertamenti, alimentando un dibattito che da anni divide politica, istituzioni, tifosi e associazioni. Ancora una volta, indipendentemente dagli esiti delle indagini, emerge una costante che accompagna quasi ogni grande progetto infrastrutturale italiano. Naturalmente la lotta alla corruzione e il controllo della legalità sono indispensabili. La storia italiana è costellata di scandali reali che hanno drenato risorse pubbliche e minato la fiducia dei cittadini. I controlli devono essere rigorosi e la magistratura deve poter svolgere il proprio lavoro senza pressioni. Tuttavia esiste anche un altro problema, meno evidente ma altrettanto dannoso: la trasformazione del sospetto in una sorta di cultura nazionale.
In Italia ogni opera pubblica viene processata molto prima di essere realizzata. Il dibattito si concentra quasi esclusivamente sui rischi, sulle contestazioni, sui possibili illeciti e sulle battaglie giudiziarie. La conseguenza è che i tempi si allungano all’infinito, i costi aumentano e il Paese resta fermo. Mentre Francia, Spagna, Germania, Emirati Arabi e Paesi asiatici investono in nuove infrastrutture, porti, aeroporti, ferrovie ad alta velocità e opere strategiche, l’Italia continua a discutere per decenni sugli stessi progetti. Il Ponte sullo Stretto è il simbolo più evidente di questa paralisi: un’opera che attraversa governi, legislature e generazioni senza che si riesca mai a superare definitivamente la fase delle polemiche. Lo stesso schema si ripete ciclicamente. Annuncio del progetto, mobilitazione dei contrari, ricorsi amministrativi, esposti, inchieste, scontri politici, sospensioni, nuove verifiche e ulteriori rinvii. Alla fine, spesso, non si costruisce nulla oppure si costruisce con anni di ritardo rispetto alle necessità del Paese. La vera questione, dunque, non è soltanto giudiziaria. È culturale e politica. L’Italia sembra incapace di trovare un equilibrio tra il doveroso controllo della legalità e la necessità di realizzare infrastrutture moderne. Si oscilla continuamente tra due estremi: chi considera ogni opera una fonte inevitabile di malaffare e chi vede nelle contestazioni soltanto un ostacolo ideologico al progresso. Nel frattempo il Paese continua a perdere competitività, attrattività e occasioni di sviluppo. Perché controllare non deve significare bloccare. Indagare non deve significare condannare preventivamente. E il sospetto non può trasformarsi nell’unico criterio con cui valutare il futuro. Dal Ponte sullo Stretto a San Siro, passando per decine di altre opere strategiche, la domanda resta sempre la stessa: l’Italia vuole davvero modernizzarsi oppure preferisce restare imprigionata nei propri veti, nelle proprie paure e nelle proprie infinite procedure? Perché mentre il dibattito continua e le inchieste si susseguono, il resto del mondo corre. E l’Italia rischia ancora una volta di restare ferma al punto di partenza.
Stefano Piazza
vicedirettore Ius101.it






