APRILE 2026
Negli ultimi mesi, il percorso dell’Inter sotto la gestione di Oaktree Capital Management sembra aver seguito una traiettoria chiara: non necessariamente finalizzata a una cessione immediata, ma certamente orientata alla valorizzazione complessiva dell’asset.Il fondo statunitense ha infatti operato su più livelli. Da un lato, il progressivo riequilibrio della situazione finanziaria ha restituito solidità al club; dall’altro, gli sviluppi sul fronte infrastrutturale, anche in collaborazione con RedBird Capital Partners per l’area di San Siro, hanno contribuito a delineare prospettive di crescita più definite. Due elementi che, nel loro complesso, rendono oggi l’Inter sensibilmente più appetibile rispetto al recente passato.
In questa prospettiva, più che interrogarsi sull’imminenza di una cessione, appare plausibile ritenere che il club sia stato progressivamente strutturato per poter essere eventualmente ceduto nelle migliori condizioni possibili, secondo una logica tipica dei fondi di investimento, il cui orizzonte temporale raramente supera i 3-5 anni. Proprio il profilo attuale dell’Inter sembra dialogare in modo particolarmente efficace con il modello degli investitori statunitensi. Negli ultimi anni, tali soggetti hanno mostrato un interesse crescente per il calcio europeo, individuando nei club storici con forte potenziale di sviluppo asset ancora sottovalutati. L’Inter, sotto questo profilo, presenta caratteristiche ideali: un brand globale già consolidato, una base di tifosi ampia e internazionale e una competitività sportiva che garantisce visibilità costante nelle principali competizioni. A ciò si aggiunge un elemento centrale nella logica dei fondi: il margine di crescita. Rispetto ad altri top club europei, il calcio italiano offre ancora spazi significativi di sviluppo sul piano commerciale e infrastrutturale. Il progetto legato allo stadio rappresenta, in questo senso, un potenziale moltiplicatore di ricavi, perfettamente in linea con l’approccio degli investitori americani, tradizionalmente orientati alla valorizzazione degli asset attraverso infrastrutture moderne e diversificazione delle entrate.
Non meno rilevante è il lavoro di razionalizzazione finanziaria condotto negli ultimi anni, che ha reso il club più sostenibile e quindi più facilmente “leggibile” da parte di investitori istituzionali. In altre parole, l’Inter si presenta oggi non solo come un grande club calcistico, ma come una piattaforma economica con prospettive di crescita, elemento particolarmente attrattivo per fondi e holding. Qualora si aprisse una finestra per nuovi ingressi, il profilo del club sembrerebbe dunque intercettare in modo naturale l’interesse di operatori statunitensi, già protagonisti di numerose operazioni nel calcio italiano. Non può tuttavia escludersi a priori l’intervento di capitali provenienti dal Medio Oriente. Va però osservato come, negli ultimi anni, in particolare l’Arabia Saudita abbia orientato in misura significativa i propri investimenti verso lo sviluppo del sistema calcistico domestico, attraverso il rafforzamento della Saudi Pro League e il ruolo centrale del Public Investment Fund, protagonista nel sostegno ai principali club locali e nell’attrazione di giocatori di livello internazionale. Una strategia che privilegia la crescita interna e la visibilità del campionato nazionale più che l’acquisizione diretta di club nei principali tornei europei. Un elemento che, pur non escludendo scenari diversi, contribuisce a rendere allo stato meno centrale tale direttrice rispetto a quella statunitense.
In questo quadro si inserisce anche il tema dei rinnovi dirigenziali. Le posizioni di Piero Ausilio e Giuseppe Marotta, entrambe con orizzonte contrattuale al 2027, non hanno ancora visto sviluppi in termini di prolungamento. Una circostanza che, pur non rappresentando di per sé un’anomalia, può essere letta anche come una scelta di flessibilità, utile a non vincolare eccessivamente il club in una fase in cui diverse opzioni restano aperte, inclusa quella di un eventuale passaggio di proprietà. Un discorso in parte diverso riguarda Giuseppe Marotta, il cui ingresso nel capitale del club con una quota minoritaria, intorno al 2%, introduce un ulteriore livello di analisi. La partecipazione azionaria rafforza infatti il legame tra management e proprietà e implica un interesse diretto anche alla valorizzazione economica del club, inclusa un’eventuale plusvalenza in caso di cessione. Allo stesso tempo, essa non costituisce una garanzia automatica di permanenza in ruoli operativi, che resterebbero comunque legati alle scelte della futura proprietà. Lo stesso Giuseppe Marotta ha peraltro più volte lasciato intendere come, in una prospettiva non necessariamente lontana, il proprio percorso professionale possa evolvere verso ruoli differenti, elemento che contribuisce a rendere ancora più fluido il quadro complessivo. In assenza di segnali concreti su tempistiche e modalità, ogni scenario resta al momento nel campo delle ipotesi. Ciò che appare evidente è però come l’Inter abbia completato un percorso di trasformazione che la rende oggi non solo più solida, ma anche più leggibile e appetibile agli occhi dei grandi investitori internazionali. In questo senso, più che interrogarsi sul “se”, la vera incognita riguarda il “quando” e il “chi”: perché, nel calcio contemporaneo sempre più guidato da logiche finanziarie, un asset con queste caratteristiche è destinato prima o poi a diventare oggetto di nuove dinamiche proprietarie.
Michele La Francesca
avvocato






