GENNAIO 2026
Appena senti parlare di questione femminile, la mente corre subito a certi slogan pronti all’uso, alle quote rosa ed al politicamente corretto che ormai permea ogni talk show. Ma cosa succede se una donna, che la politica la mastica da anni, decide di dire no? Belle Ciao di Barbara Saltamartini non è il solito saggio pieno di dati o demagogia. È più che altro una spallata. Il titolo è già tutto un programma: un gioco di parole che è un guanto di sfida lanciato a quella sinistra che pensa di avere il copyright sull’emancipazione delle donne. Saltamartini non gira intorno ai concetti. Il suo è un ragionamento che scardina l’idea della donna come categoria protetta da tutelare per legge. Perché leggerlo (anche se non si è d’accordo)?
Perché è un libro scritto da una persona che conosce i meccanismi della politica da dentro e decide di usarli per raccontare una visione diversa: quella di una donna che vuole essere protagonista, sì, ma senza rinnegare le proprie radici o la propria identità di madre. Non aspettatevi carezze. È un testo che vuole provocare, far discutere e, perché no, dare fastidio a chi pensa che esista un solo modo di essere donne oggi. Noi di Ius101 abbiamo sentito l’autrice, che ha alle spalle una vita spesa tra i banchi della politica e della comunicazione.
Nel libro si parla di una rottura rispetto al femminismo tradizionale. Secondo lei, in che modo la figura di una donna leader forte può cambiare il concetto di emancipazione senza necessariamente seguire gli schemi della sinistra?
«Una Donna leader forte cambia il concetto di emancipazione semplicemente esistendo, governando, assumendosi responsabilità e prendendo decisioni. Dimostra che l’emancipazione non passa per l’appartenenza ideologica né per un’identità vittimistica, ma per la capacità di guidare, scegliere e rispondere dei risultati. È una rottura profonda perché sposta il tema dalla rivendicazione al “potere” reale, dall’essere “rappresentate” all’essere “protagoniste”. E questo può avvenire anche – e forse soprattutto – fuori dagli schemi della sinistra»
Quali sono le contraddizioni principali che la destra ha messo in luce nel movimento femminista attuale?
«Ritengo che la principale contraddizione sia tra il linguaggio e la realtà. Noi assistiamo ad un femminismo che parla di libertà ma pretende conformismo, che rivendica inclusione ma esclude chi non si allinea, che dice di voler emancipare le donne ma continua a rappresentarle come fragili, subordinate, bisognose di “tutela” permanente. E mentre da una parte il femminismo discute di declinazione al femminile di ruoli, di cultura woke, di simboli, le donne reali chiedono invece siano affrontati i temi del lavoro, della sicurezza, e di reali possibilità di affermarsi coniugando lavoro di cura e professione»
Nel libro si critica l’idea che le donne debbano avanzare in politica o nel lavoro solo grazie a riserve di posti prestabiliti (le quote rosa). Secondo la sua visione politica in che modo il modello della destra, basato sul merito individuale, rappresenta un modo più efficace per dimostrare il valore delle donne rispetto alle strategie di sinistra?
«Le quote rosa partivano da una necessità temporanea, averle rese stabili ha prodotto l’effetto opposto a quello sperato. Hanno infatti trasformato il successo femminile in un sospetto permanente. Il modello basato sul merito afferma invece una cosa semplice ma al contempo rivoluzionaria: le donne non hanno bisogno di scorciatoie, ma di condizioni eque di competere, di pari opportunità ai blocchi di partenza. Dimostrare il proprio valore senza etichette è il modo più solido per affermare l’autorevolezza femminile. E’ una visione che restituisce dignità, non protezione»
Elisa Garfagna
giornalista






