L’oro sta vivendo un anno esplosivo con un aumento del 30,4% sino ad oggi. Questa performance è resa ancora più impressionante dal confronto con l’S&P 500 e il bitcoin che, nello stesso periodo, sono scesi del 12,3% e del 6,8%. In realtà quella dell’oro pare una corsa senza limiti: negli ultimi 18 mesi, dall’inizio di ottobre 2023, è salito dell’88%. Non è un caso che il titolo S&P 500 con le migliori prestazioni di quest’anno sia Newmont, la più grande società di estrazione dell’oro al mondo, il cui titolo ha guadagnato poco più del 50%.
Ma quali sono le cause che spingono il valore del metallo giallo verso territori inesplorati? Alcune sono piuttosto evidenti: i mercati azionari globali odiano l’incertezza dei dazi di Trump e molti economisti temono che se i dazi continueranno la crescita globale si fermerà, il che potrebbe significare un aumento della disoccupazione, minori utili societari e una recessione, con un’inflazione a due cifre, che per quanto paventata da molti, ad oggi non è si è ancora vista. Questo rende, quello attuale, un momento magico per l’oro. Il metallo giallo cavalca la domanda di beni rifugio, mentre gli investitori fuggono da azioni e obbligazioni, favorito da un dollaro sceso al punto più basso dai giorni più bui della pandemia nell’aprile 2020.
Un’altra causa, meno evidente, del rally del metallo giallo sono i massicci acquisti delle banche centrali: sulla base dei dati del World Gold Council, pari a 1.045 tonnellate nel 2024, anch’essi motivati da più aspetti, in parte concorrenti. L’ascesa fulminea dello scorso anno, +31%, è stata principalmente trainata dalle economie emergenti che, temendo potesse accadere anche a loro ciò che è accaduto alla Russia, quando le sue riserve di valuta estera sono state confiscate dopo aver invaso l’Ucraina, hanno sostenuto la crescita della domanda.
Questa tendenza ha portato, dal 2022, la domanda globale a superare le 1.000 tonnellate d’oro di fatto più che raddoppiando la media, di 473 tonnellate, del decennio precedente.
Domanda trainata dalle banche centrali dei mercati emergenti: Polonia, Ungheria, Turchia, India e naturalmente Cina, che ha dichiarato nel dicembre scorso di detenere 2.280 tonnellate d’oro, il 5% delle sue riserve internazionali totali. Osservando i fatti da una prospettiva geopolitica diversa si evince come siano i BRICS+ il più grande acquirente di oro dal 2022. Per quanto i BRICS+ siano un’alleanza informale comprendono circa 3,5 miliardi di persone, quasi la metà della popolazione globale, controllano il 30% della superficie terrestre e rappresentano oltre il 37% del PIL globale. Ma soprattutto a fungere da collante alla coalizione è la loro agenda di de-dollarizzazione: un obiettivo a lungo termine verso un ordine mondiale multipolare ed una valuta sostenuta dall’oro. In realtà c’è chi va oltre e pensa ad una valuta garantita oltre che dal metallo giallo anche da un paniere di commodities. A prescindere da come si valutino le prospettive di una tale valuta ed il suo potenziale impatto nel mondo reale il peso dei BRICS+ sulle catene di approvvigionamento globali di alcune commodities è determinante: si consideri il solo esempio dei metalli del gruppo del platino (PGM) dove controllano circa il 90% delle riserve.
Una simile valuta produrrebbe onde sismiche nel mondo finanziario: i paesi in via di sviluppo potrebbero iniziare a prendere le distanze dal dollaro USA ed adottare la nuova valuta per le transazioni transfrontaliere rafforzando ulteriormente i BRICS+ e le altre economie emergenti nel contempo indebolendo il ruolo del dollaro. Ma la causa, forse più rilevante, della crescita della domanda dell’oro potrebbe nascondersi in una cittadina della Svizzera: Basilea. Sono proprio le norme interbancarie, che portano il nome della cittadina svizzera, ed in particolare quelle note come Basilea III a conferire al metallo giallo un nuovo ruolo.
Precedentemente l’oro era classificato come asset di capitale Tier 3 che si traduceva nel fatto che le banche scontavano le proprie riserve auree al 50% del valore di mercato: evidente che avessero pochi incentivi a detenere l’oro come asset mentre Basilea III consentirà di contabilizzare l’oro al 100% del suo valore. Dal 2019 l’oro fisico è diventato un asset di capitale Tier 1 inoltre le attività di capitale Tier 1 di una banca devono gradualmente aumentare fino al 6% delle attività totali.
L’attuazione di Basilea III è in corso: le nuove norme sono state recepite dalla legislazione dell’UE mentre la piena adozione negli Stati Uniti è stata ritardata fino al 2028. Ma il fatto su cui porre l’attenzione è che dall’inizio delle “fasi finali” di Basilea III, note anche come “Endgame”, emanate a livello globale dal 1° gennaio 2023, il prezzo spot dell’oro è cresciuto di oltre il 60%. Risulta evidente come Basilea III non farà che aumentare la domanda istituzionale di oro fisico rispetto all’oro “cartaceo” trainando l’attuale mercato rialzista dell’oro. Altrettanto evidente che il dollaro potrebbe perdere la sua posizione di valuta di riserva mondiale. Soprattutto il fatto che le banche centrali stanno acquistando oro aggressivamente pone ulteriori interrogativi che aprono scenari inesplorati: Basilea III serve a stabilizzare le banche per proteggersi dall’instabilità valutaria o a traghettare il sistema monetario fiat verso un reset che mette l’oro al centro del sistema?
Giovanni Brussato
ingegnere






