Il Primeiro Comando da Capital (PCC), la più potente organizzazione criminale brasiliana, è oggi un impero con più filiali in Brasile di quante ne abbia McDonald’s. Secondo il Mapa das Organizações Criminosas de 2024 del Ministero della Giustizia brasiliano, se la famosa catena di fast food è presente in 23 Stati, il PCC opera ormai in 24 Stati e nel Distretto Federale. Una rete criminale che, dalla sua base in Sud America, ha messo radici anche in Europa, Italia inclusa.
L’arresto di Vincenzo Pasquino: un narcotraffico globale smascherato
L’arresto di Vincenzo Pasquino e la sua decisione di collaborare con la giustizia hanno smantellato una rete di traffici di cocaina tra America Latina ed Europa, orchestrata da un’alleanza tra la ‘ndrangheta calabrese e il PCC: il Brasile è un attore chiave nella logistica del narcotraffico, essendo il secondo maggior produttore di cocaina al mondo e il principale consumatore in America Latina. Nel 2017, il clan Nirta, dopo la rottura con i gruppi di Platì, ha deciso di espandere le rotte di importazione. Come spiegato dal giornalista Giorgio Curcio su Il Corriere della Calabria, il clan operava fino ad allora principalmente da Buenos Aires, dove gestiva attività commerciali come ristoranti. Tuttavia, per superare il sequestro di alcuni carichi di cocaina, i Nirta cercarono un nuovo partner in Brasile. È qui che entra in scena Vincenzo Pasquino, narcobroker torinese di origini calabresi, che si guadagnò la fiducia del gruppo di San Luca e facilitò l’accesso al PCC.
L’accordo con il PCC e la nuova rete criminale
Nel 2018, una riunione a San Paolo sancì l’accordo tra i Nirta, Pasquino e il PCC. L’intesa prevedeva un finanziamento paritario al 50% per ogni carico di cocaina. La droga veniva spedita al porto di Gioia Tauro e distribuita in Nord Italia, Sicilia e Torino. I costi in Brasile oscillavano tra i 5.000 e i 5.500 euro al chilogrammo, salendo a 7.000-7.500 euro con il trasporto dai porti. Una volta immessa sul mercato italiano, la cocaina raggiungeva i 23.000-25.000 euro al chilogrammo. Il PCC garantiva la logistica, sfruttando la sua capillare rete di trasporto e distribuzione, mentre Pasquino si occupava del passaggio di fondi e della gestione dei contatti europei.
Operazione “Cerbero” e le rivelazioni di Pasquino
Il 21 maggio 2021, Vincenzo Pasquino fu arrestato a Montevideo insieme a Rocco Morabito, noto come “u’Tamunga” e soprannominato il “re della cocaina”. Morabito era una figura centrale nel traffico tra Sud America ed Europa. Dopo oltre un anno di detenzione, Pasquino decise di collaborare con la giustizia, fornendo informazioni decisive che portarono all’inchiesta “Eure”. Pasquino rivelò che i Nirta insistevano per distribuire la cocaina direttamente in Italia, mentre la cellula torinese preferiva cedere le partite al porto per minimizzare i rischi. La droga, una volta tagliata, aumentava di valore al dettaglio: da 80 a 100 euro al grammo (20 euro per due “strisce” da 0,2 grammi), nonostante spesso fosse adulterata con sostanze di taglio.
Il PCC: l’impero delle carceri
Il Primo Comando della Capitale (PCC), noto anche come 15.3.3 (riferimento alla posizione delle lettere P e C nell’alfabeto portoghese prima del 1990), è la più grande organizzazione criminale del Brasile, con circa 30.000 membri, di cui 8.000 solo a San Paolo. È anche chiamato Partido do Crime o semplicemente 15. Il PCC è stato fondato il 31 agosto 1993 nell’annesso denominato “Piranhão” della Casa de Custódia de Taubaté, fino ad allora il carcere più sicuro dello stato di San Paolo, da otto detenuti trasferiti dalla città di San Paolo, conosciuta come “Os della capitale”. Formarono una squadra di calcio il cui nome era Primeiro Comando da Capital (PCC), chiamato anche “Crime Party” e “15.3.3”. Durante una partita di calcio, uccisero uno dei criminali più temuti della prigione e divennero la banda dominante.
Il gruppo dichiarò inizialmente di voler “combattere l’oppressione del sistema carcerario paulista” e “vendicare i 111 detenuti uccisi” nel massacro di Carandiru del 2 ottobre 1992. Adottò come simbolo lo yin-yang in bianco e nero, rappresentando l’equilibrio tra bene e male. Inizialmente, i membri agivano autonomamente in vari crimini, finanziando l’organizzazione tramite quote mensili. A differenza di altre gang, il PCC reclutava attraverso relazioni personali, non con la violenza.
La grande rivolta e la grande rapina
Nel 1999, il PCC portò a termine la più grande rapina in banca nella storia di San Paolo, rubando circa 32 milioni di dollari. Negli anni successivi, il Governo tentò di indebolire l’organizzazione trasferendo i suoi leader in prigioni sparse per il Paese. Tuttavia, questa strategia si rivelò controproducente, permettendo al gruppo di stringere legami con altre organizzazioni criminali e diffondere le proprie idee più ampiamente. Nel 2001, il PCC coordinò la più grande rivolta carceraria mai vista al mondo, con la chiusura simultanea di 29 strutture nello stato di San Paolo. Fu allora che il Governo non poté più negarne l’esistenza e il potere crescente.
All’inizio degli anni 2000, Marcos Willians Herbas Camacho, detto “Marcola”, e Idemir Carlos Ambrósio, detto “Sombra”, erano alcuni dei leader più rispettati tra i prigionieri nello Stato di San Paolo. Nel febbraio del 2001, “Sombra” assunse il controllo della più potente organizzazione criminale del Brasile. Attraverso un telefono cellulare, orchestrò rivolte simultanee in 29 carceri di San Paolo, causando la morte di 16 detenuti. Tuttavia, cinque mesi dopo, Sombra fu brutalmente ucciso all’interno del carcere di Piranhão da cinque membri della sua stessa fazione, vittima di una lotta interna per il comando. Dopo la sua morte, il controllo passò a due figure note per la loro spietatezza. I nuovi leader strinsero alleanze con una fazione criminale di Rio de Janeiro e coordinarono violenti attentati contro edifici pubblici dal complesso penitenziario di Bangú. Ma la loro guida estrema suscitò dissenso all’interno del gruppo, portandoli alla deposizione e a una condanna a morte con l’accusa di tradimento nel novembre del 2002.
Marcola
A quel punto, il potere passò nelle mani di Marcos Willians Herbas Camacho, detto “Marcola”. Detenuto per rapine a banche, Marcola divenne il leader indiscusso. Durante la sua guida, il gruppo si rese responsabile di numerosi crimini, tra cui l’assassinio, nel marzo del 2003, del giudice Antonio José Machado Dias. Quest’ultimo dirigeva il Centro di Readattamento Penitenziario (CRP) di Presidente Bernardes, un carcere noto per le sue rigide condizioni, temuto dai membri della fazione per il severo regime di isolamento. Marcos Willians Herbas Camacho, noto come Marcola (o Playboy), nacque a Osasco nel 1968. Orfano, trascorse l’infanzia nelle strade di Praça da Sé, a San Paolo, dove si rifugiava dall’estrema povertà inalando colla industriale, una pratica comune tra i bambini senza tetto. Questo gli valse il soprannome di Marcola, una deformazione legata alla sua dipendenza precoce. Da giovane si distinse per rapine, omicidi e traffico di droga, imponendosi come figura chiave del crimine organizzato. Accusato di guidare il PCC, nega ogni coinvolgimento, ma è detenuto dal 1999 con accuse di rapine, narcotraffico, omicidi e terrorismo. Marcola rafforzò il controllo del gruppo con un rigoroso sistema di adesione: ogni nuovo membro doveva essere “battezzato” e rispettare un regolamento di 16 punti. Per finanziare le attività, venne introdotta una tassa mensile obbligatoria per gli affiliati, sia in libertà sia in carcere. I fondi venivano utilizzati per acquistare armi, droga e organizzare fughe per i membri incarcerati.
Sotto la guida di Marcola, la fazione sfruttò il declino di un gruppo rivale a Rio de Janeiro, o Comando Vermelho (delle migliaia di affiliati la metà sono bambini), per espandere la propria influenza, consolidandosi come la più grande organizzazione criminale del Brasile, decisa a sfidare lo Stato e a consolidare il proprio potere. Attualmente, il PCC conta il doppio dei membri al di fuori di San Paolo, dove è stato fondato più di trent’anni fa, oltre a più di mille rappresentanti all’estero, che rafforzano i legami con gruppi mafiosi come il clan Šaric, dalla Serbia, e la ‘ndrangheta.
Costantino Pistilli
giornalista






