Riciclaggio di soldi, trasferimento di denaro immediato in tutto il mondo, banche senza sportelli né bancomat, una rete invisibile che collega ‘ndrangheta, altre mafie, mala romana, narcos sudamericani e pure trafficanti di avorio. Dietro le operazioni di facciata, un sistema che inghiotte denaro sporco e lo restituisce pulito: il fei ch’ien, letteralmente “denaro volante”. Un circuito parallelo, invisibile alle banche ufficiali, che consente ai gruppi cinesi di trasferire i soldi all’estero senza lasciare traccia. L’ultima operazione della Guardia di Finanza di Brescia, Torre di contanti, ha smantellato una rete che, con lo stesso principio, aveva riciclato 365 milioni di euro, portando all’arresto di dodici persone tra Italia, Svizzera e Spagna. Non un caso isolato: da Brescia a Roma, da Vicenza ad Ancona, il meccanismo è sempre lo stesso.
Come funziona? La truffa parte dalle società cartiere, spesso con sede all’estero, che emettono fatture false per servizi inesistenti. L’azienda italiana destinataria effettua un bonifico alla cartiera, che poi gira i soldi su conti cinesi. Qui entrano in scena gli uomini dell’organizzazione: verificano che il bonifico sia arrivato e restituiscono l’equivalente in contanti, meno la percentuale della “banca clandestina”, che varia dal 3 all’8%. Risultato: soldi puliti, senza passaggi ufficiali, pronti per essere reinvestiti in altre attività, lecite o meno.
Non è una novità. Lo scorso anno, sempre a Brescia, un’operazione simile aveva portato all’arresto di 61 persone e scoperto un altro filone di riciclaggio gestito da una rete italo-cinese di narcotrafficanti: avevano costituito un’associazione a delinquere finalizzata al traffico internazionale di cocaina, che avrebbe riciclato i profitti illeciti attraverso un collaudato sistema di “fatture per operazioni inesistenti”.
Un anno prima, a Roma, un’altra operazione delle Forze dell’Ordine aveva smascherato un circuito da milioni di euro, con il solito copione: denaro sporco in Italia, trasferimento in Cina, rientro in contanti. Questa volta erano coinvolti esponenti della mala romana che gestivano il traffico di stupefacenti di Tor Bella Monaca, una delle piazze di spaccio più grandi d’Europa. Alcuni negozi del quartiere Esquilino servivano come centri di smistamento per un traffico da oltre 50 milioni di euro. Il denaro partiva da qui e arrivava direttamente ai narcos in Sud America, sempre attraverso il sistema fei ch’ien. Anche qui il metodo è lo stesso: bonifici verso conti esteri (Hong Kong e Belgio), rientro in Italia in contanti, trasportati da money mule specializzati. Gli indagati viaggiavano tra Slovenia e Italia con auto dotate di vani segreti per il trasporto di soldi, droga e oro. La comunicazione? Solo tramite Telegram, Signal e WeChat, con codici di riconoscimento a prova di intercettazione: numero di targa, foto dell’auto o il numero seriale di una banconota da mostrare per identificarsi. Durante questa operazione venne attenzionato dalle Forze dell’Ordine anche un funzionario dell’Ambasciata yemenita che non venne arrestato in quanto protetto dall’immunità diplomatica. Venne trattenuto un anno dopo in Olanda per traffico di cocaina in esecuzione di un mandato d’arresto europeo della Procura di Roma. Ma questa è un’altra storia…
La banca sotterranea
Vicenza, 2024. La Guardia di Finanza smantella un sofisticato sistema di frode e riciclaggio noto tra gli investigatori come la China Underground Bank. Un circuito finanziario sommerso, con filiali operative a Roma, Firenze, Padova, Prato, Napoli e Reggio Calabria, capace di far sparire e riemergere milioni di euro senza lasciare tracce ufficiali. L’operazione, denominata Fast & Clean per la rapidità con cui il denaro veniva ripulito, ha svelato un colossale giro di fatture false e trasferimenti illeciti tra Italia e Cina. Un sistema rodato, che sfruttava una rete di società cartiere per simulare operazioni commerciali inesistenti, consentendo a imprenditori cinesi e italiani di evadere il fisco e trasferire capitali all’estero senza destare sospetti. Tutto è iniziato con laboratori cinesi nella provincia di Ancona, epicentro di una rete di società cartiere che hanno emesso fatture fittizie per oltre 150 milioni di euro, causando un’evasione fiscale di almeno 33 milioni di IVA e altrettanti in imposte dirette. Il meccanismo era rodato: denaro ripulito attraverso operazioni commerciali inesistenti, garantendo profitti immediati a imprenditori italiani e cinesi. Eppure il giro era molto più ampio. L’indagine ha rivelato altre 140 imprese in Lombardia, responsabili dell’emissione di fatture false per 1,7 miliardi di euro in soli due anni. La Guardia di Finanza, su mandato della Procura di Ancona, ha disposto il sequestro di beni per 350 milioni di euro: conti bancari, immobili, auto di lusso, denaro contante e oggetti di valore. Sono stati bloccati 1.569 conti correnti e cancellate 140 aziende per impedirne la prosecuzione delle attività. Il sistema sfruttava centri di elaborazione dati dedicati, strumenti chiave per orchestrare l’intera frode. Le società cartiere ricevevano bonifici su conti italiani, poi trasferivano il denaro all’estero giustificandolo come pagamenti per importazioni inesistenti. Il tutto con un’unica destinazione: le banche cinesi, dove i soldi venivano retrocessi ai clienti, trattenendo una commissione dell’1,5%.
Ma il colpo di scena è arrivato con le perquisizioni. In un deposito blindato, gli investigatori hanno scoperto qualcosa di ancora più inquietante: una collezione di opere d’arte in avorio per un valore di 5 milioni di euro. 80 manufatti in avorio d’elefante africano, due zanne non lavorate e un corno di rinoceronte nero, tutti illegali secondo la Convenzione di Washington. L’ arte e il lusso si mescolavano al crimine: le opere erano state acquistate nelle più rinomate case d’asta internazionali, pezzi rari destinati ai collezionisti più facoltosi. Un mercato nero che non si ferma, alimentato dalla domanda ossessiva dei mercati asiatici. Ma questa volta la catena si è spezzata.
L’operazione Fast & Clean non ha solo colpito il riciclaggio di denaro, ma ha svelato il lato più macabro del traffico internazionale. Dietro i numeri della frode, il sangue degli animali braccati per arricchire un’élite criminale. Gli uomini delle Fiamme Gialle hanno scoperto anche un tesoro tanto prezioso quanto orribile: una collezione di opere d’arte in avorio, acquistata nelle più rinomate case d’asta. Non semplici manufatti, ma un inventario della distruzione. Ottanta oggetti cesellati nell’avorio di elefante africano, alcuni finemente intagliati, altri ridotti a frammenti di un massacro silenzioso. E poi due zanne grezze, enormi, bianche, ancora sporche di polvere, tracce di un viaggio che inizia con un colpo di fucile – spesso kalashnikov- nella savana e finisce nel caveau di un trafficante. Non bastava. Insieme alle zanne, un corno di rinoceronte nero. Rarità assoluta. Un trofeo per collezionisti senza scrupoli, alimentato da un mercato clandestino che non si ferma mai. Evasori, ricettatori, mafiosi, élites criminali, elefanti macellati, rinoceronti mutilati… Piuttosto caro questo “denaro volante”.
Costantino Pistilli
giornalista






