SETTEMBRE 2026
Quattro milioni e 400 mila metri cubi di materiali di scavo, poco meno dei circa 5 milioni indicati dal general contractor per la realizzazione del Tunnel della Manica. A questi si aggiungono 1,83 milioni di metri cubi di calcestruzzo e 285 mila tonnellate di acciaio per cemento armato.
È la dimensione indicata per l’intero tracciato della Metro C e basta questo numero per raccontare una parte della trasformazione di Roma che normalmente rimane invisibile.
Per costruire una città, infatti, bisogna prima spostarne una parte: scavare, trasportare, selezionare, trattare e trovare una destinazione a enormi quantità di terra, roccia e materiali. È la faccia meno visibile delle grandi infrastrutture, ma anche una delle questioni industriali e ambientali della nuova stagione di cantieri della Capitale. Si può quindi comprendere la complessità del costruire a Roma: sotto un’opera contemporanea può esserci un’altra Roma, archeologica, che deve essere protetta prima ancora di poter costruire quella nuova.
Dall’Ara Pacis alla Metro C, la questione assume oggi dimensioni ancora maggiori. Nel dicembre 2025 nella Capitale sono entrate in funzione le stazioni Colosseo/Fori Imperiali e Porta Metronia della Metro C. Nel febbraio 2026 sono partiti i cantieri di Chiesa Nuova, Piazza Pia/Castel Sant’Angelo, Ottaviano e Mazzini; nel luglio successivo è iniziata la cantierizzazione di Auditorium e Farnesina.
La sola tratta da Venezia a Mazzini comporta circa 165 mila metri cubi di scavo archeologico, mentre l’intero progetto della Linea C prevede centinaia di migliaia di metri cubi di scavi eseguiti con modalità archeologica.
Che cosa accade alla materia quando esce dal cantiere?
La terra e i materiali provenienti da un cantiere non rappresentano necessariamente soltanto qualcosa di cui liberarsi. In presenza dei requisiti tecnici, ambientali e normativi previsti, una parte può entrare in processi di recupero e trasformarsi nuovamente in materiale utilizzabile.
È il principio della cosiddetta miniera urbana: una città che demolisce, scava e ricostruisce produce contemporaneamente una domanda di materie prime e una potenziale offerta di materiali recuperabili. Per questo la partita ambientale delle grandi infrastrutture non riguarda soltanto il consumo energetico dell’opera una volta terminata. Riguarda anche ciò che accade durante la sua costruzione.
Roma rappresenta da questo punto di vista un laboratorio particolare. Costruire significa continuamente confrontarsi con sottosuolo, archeologia, reti esistenti, materiali da scavare e necessità di approvvigionarne di nuovi. La sfida dell’economia circolare consiste nel fare incontrare, quando tecnicamente possibile, questi due flussi.La città del futuro non potrà essere costruita pensando che ogni nuova opera debba partire soltanto da nuove materie prime. La vera innovazione sarà riuscire a considerare una parte crescente dei materiali già presenti nelle città come risorse da recuperare, qualificare e utilizzare nuovamente






