Non sapevo che l’Olimpico fosse del 1953, che San Siro fosse stato inaugurato addirittura nel 1926, e che il San Paolo – oggi Maradona – risalisse al 1959. Né che uno stadio potesse produrre energia per alimentare un intero quartiere, come succede già a Udine. E tante altre cose che ho scoperto durante il convegno “Stadi intelligenti e sostenibili: verso una nuova era dello sport in Italia”, tenutosi recentemente nella Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani, Senato della Repubblica. Si parlava di stadi e del futuro. Gli stadi italiani, nella maggior parte dei casi, sono vecchi. Alcuni storici, certo, ma spesso inadeguati. Serve una svolta. Non semplici contenitori di eventi agonistici: gli impianti sportivi vanno visti come motori urbani (energetici, sociali, economici. E anche culturali).
A organizzare il convegno è stato il senatore Andrea De Priamo ed è durato più di tre ore: hanno partecipato in molti. In pratica era presente il Gotha del Calcio. Tra gli interventi, quelli del Ministro per lo Sport Andrea Abodi, del Vicepremier e Ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, del Presidente del CONI Giovanni Malagò, del Presidente FIGC Gabriele Gravina, del Presidente della Lega Serie A Lorenzo Casini, dell’AD Luigi De Siervo, del Presidente del Milan Paolo Scaroni, del Presidente della Lazio Claudio Lotito, dell’AD di Sport e Salute Diego Nepi Molineris e dell’architetto Gino Zavanella, firma di molti progetti di stadi italiani. Fine della formazione. Tutti concordi sul fatto che gli stadi italiani sono vecchi. Non solo di età anagrafica, ma di concezione. Nati in un’epoca in cui si costruiva per il pubblico, oggi non reggono più né il confronto internazionale né quello con le esigenze contemporanee: sicurezza, accessibilità, impatto ambientale, multifunzionalità.
Il presidente della Lega Serie A, Lorenzo Casini, è stato netto: servono impianti nuovi, pensati come hub urbani, spazi vivi anche nei giorni senza partita, capaci di generare valore per le città e per le società. “Non si tratta solo di calcio”, ha detto. Perché la madre di tutte le opere mai nate -la burocrazia- è sempre incinta. Vincoli, ricorsi, lentezze, timori. Milano e Roma ne sono gli emblemi. Lo stadio della Roma è fermo da più di dieci anni. Quello di Milano vive tra demolizioni smentite e progetti sospesi. Intanto in Europa, nel mondo, gli stadi si rifanno il look o si rifanno da zero. In Italia, lo sport non è solo intrattenimento: è un settore economico strategico. Il comparto sportivo nel suo insieme ha prodotto nel 2022 un valore di 24,7 miliardi di euro, pari all’1,38% del PIL nazionale, secondo il rapporto ICS-Sport e Salute. All’interno di questo panorama, il calcio professionistico gioca un ruolo da protagonista: solo nel 2023 ha generato un impatto economico complessivo di 11,3 miliardi di euro, attivando circa 130.000 posti di lavoro e contribuendo con 3,3 miliardi di euro in tasse e contributi. Eppure, molte infrastrutture italiane sono ferme a standard superati, inadatte a sostenere lo sviluppo di un settore che, in Europa, vale oltre il 2% del PIL continentale. Per affrontare il problema, il Governo si prepara a varare il Decreto Sport: un intervento che introduce, tra le altre misure, una gestione commissariale straordinaria per accelerare la riqualificazione degli stadi esistenti e avviare la costruzione di nuovi impianti. Il piano prevede già investimenti superiori ai 5 miliardi di euro, ma la cifra è destinata a crescere. L’obiettivo è duplice: sbloccare un nodo infrastrutturale che penalizza la competitività della Serie A e creare le condizioni per attrarre nuovi capitali, in particolare stranieri, oggi sempre più interessati al potenziale del calcio italiano. La sostenibilità è un altro nodo chiave. Non solo ambientale, anche economica. Uno stadio nuovo può portare indotto, lavoro, servizi, attrattività. Ma deve essere pensato per vivere sette giorni su sette. E non per essere aperto solo il giorno della partita. Oggi uno stadio può essere autosufficiente dal punto di vista energetico, a basso impatto ambientale, connesso al quartiere, operativo tutti i giorni. Lo stadio di Udine ne è un esempio: fotovoltaico, impatto quasi zero, efficienza continua.
Il Ministro Abodi ha parlato di “visione strategica nazionale per gli impianti sportivi”. Salvini ha insistito sulla necessità di sbloccare i cantieri. Malagò ha lanciato l’allarme: “Senza impianti, lo sport italiano non ha futuro”. Gravina ha chiesto più coraggio e meno burocrazia.
Qualche passo in avanti già c’è: l’Allianz Stadium a Torino, il Bluenergy Stadium di Udine, il Benito Stirpe di Frosinone. Ma serve un piano nazionale. Perché se non si cambia passo, l’Italia rischia di rimanere indietro su questo campo. I vari panelist hanno messo sul tavolo numeri, progetti, nodi normativi. E ha riacceso il dibattito. Il futuro degli stadi italiani è scritto tra righe come queste. Ma perché diventi realtà serve volontà politica, visione industriale e un’idea precisa di sport: non solo intrattenimento, ma infrastruttura del Paese.
Di seguito la registrazione completa del convegno su Radio Radicale. Basta un clic per ascoltare tre ore dense di idee, proposte e qualche affondo:
Costantino Pistilli
giornalista






