SETTEMBRE 2026
La sensazione che qualcosa stesse cambiando era già visibile nei feed di TikTok e Instagram: video rapidissimi, slogan martellanti, cappellini che riecheggiano immaginari politici importati, comizi trasformati in clip virali. In questo ambiente iper‑accelerato l’AfD ha costruito un consenso che l’ha portata a imporsi in Sassonia‑Anhalt con un risultato che segna una frattura storica. Non è solo un dato elettorale: è la prova che un partito classificato come estremista può conquistare un Land tedesco e presentarsi come forza di governo, rompendo un tabù che per decenni aveva tenuto l’ultradestra fuori dalle leve del potere. Dietro quel successo c’è una campagna ben organizzata, ma non solo! C’è una macchina comunicativa capace di trasformare ansie diffuse, simboli identitari e risentimenti sociali in una narrazione semplice e ripetitiva, calibrata per gli universii digitali. La strategia si fonda su una dicotomia elementare: il popolo contro l’establishment, contro gli immigrati, contro “le élite globaliste”. Una divisione morale che riduce la complessità a un copione immediato, dove i problemi hanno colpevoli chiari e soluzioni nette. In Germania si vive con la stagnazione economica, l’insicurezza percepita alle stelle, un sovraccarico informativo e questa semplificazione diventa una scorciatoia psicologica irresistibile.
La campagna ha fatto leva sulle ferite storiche dell’ex Germania Est, trasformando il malessere economico in un sentimento politico. L’orgoglio ferito e l’ umiliazione post‑riunificazione sono stati riproposti come chiavi di lettura del presente, mentre simboli e oggetti della DDR sono stati recuperati come marcatori di identità. Una nostalgia un po’ rivisitata, che non parla davvero del passato ma del bisogno di appartenenza nel presente, soprattutto in territori dove il divario Est‑Ovest continua a essere percepito come una ferita aperta. Le cosiddette “guerre simboliche” hanno avuto un ruolo centrale. Proposte come il divieto delle bandiere arcobaleno a scuola, il ritorno dell’inno nazionale, classi separate per i figli dei rifugiati o la “remigrazione” funzionano come immagini immediate, perfette per essere raccontate in quindici secondi. Sono temi che si prestano alla visualizzazione, alla semplificazione, alla polarizzazione: esattamente ciò che gli algoritmi premiano. Anche le misure più dure in materia migratoria ovvero la detenzione in vista dell’espulsione, il lavoro obbligatorio per i richiedenti asilo, rafforzano la narrativa dell’ordine e della sicurezza illudendo chi vota in una misura pas partout e di facile digerimento.
L’ascesa dell’AfD è stata alimentata da una presenza algoritmica costante. La campagna ha adottato un formato social‑first: video brevi, estetica patriottica, slogan ripetuti fino a diventare familiari. La ripetizione non è un limite ma un vantaggio. Saturare i feed significa normalizzare posizioni che, in altri contesti, apparirebbero radicali. Il ciclo emotivo è sempre lo stesso: indignazione, condivisione, rinforzo identitario. Una dinamica che non richiede argomentazioni complesse, ma solo contenuti facilmente digeribili e altamente riconoscibili. La leadership giovane ha contribuito a rafforzare questo approccio. Ulrich Siegmund, 35 anni, ha guidato una campagna costruita più sull’orgoglio locale e sulla rabbia che su dettagli programmatici. Si vota in base a ciò che si sente, non a ciò che si sa. La politica diventa una performance, non un confronto di idee. In un clima di sfiducia verso il governo federale, questo approccio ha trovato terreno fertile: la protesta è diventata proposta, e la rabbia è stata incanalata come energia politica. Il rifiuto delle altre forze politiche di collaborare con l’estrema destra (la cosiddetta Brandmauer) rischia di essere percepito come un veto delle élite, alimentando la narrativa del “ci bloccano perché abbiamo ragione”. L’isolamento politico diventa così una prova di autenticità, un badge di ribellione. Più l’establishment prende le distanze, più il partito può presentarsi come l’unica voce “non addomesticata”. La strategia dell’AfD combina tecniche riconoscibili dell’ingegneria sociale: framing morale, semplificazione causale, proof‑by‑popolarità, rinforzo identitario continuo. Ogni contenuto è pensato per essere immediato, emotivo, facilmente condivisibile. Gli algoritmi amplificano ciò che divide, e la campagna ha saputo adattarsi perfettamente a questa logica. Il successo in Sassonia‑Anhalt nasce quindi dalla convergenza tragica di tre fattori: un contesto sociale segnato dalla fatica delle crisi, un divario Est‑Ovest che continua a produrre risentimenti e un ambiente mediatico che premia conflitto e velocità. In questo incrocio caotico e confuso, la comunicazione dell’AfD ha trovato il terreno ideale per trasformare ansie e frustrazioni in consenso politico. Un caso di studio su come la comunicazione contemporanea possa convertire qualsiasi emozione negativa in potere.
Elisa Garfagna
giornalista






