LUGLIO 2026
L’ombra dello spionaggio russo torna ad allungarsi sull’Italia. Due ex appartenenti ai servizi di intelligence, in servizio presso il ministero della Difesa, sono stati arrestati lo scorso 7 luglio con l’accusa di aver fornito informazioni riservate a un funzionario dell’ambasciata russa a Roma. Secondo la Procura della capitale, che coordina l’indagine affidata ai carabinieri del Ros, i due avrebbero consegnato materiale classificato riguardante la sicurezza nazionale ottenendo in cambio compensi in denaro. Tra gli aspetti più delicati dell’inchiesta figura la presunta divulgazione delle identità di alcuni operatori impegnati nelle attività di controspionaggio italiano. Se confermata, questa circostanza rappresenterebbe uno dei profili più gravi dell’intera vicenda, poiché avrebbe potuto compromettere non solo operazioni riservate, ma anche la sicurezza personale di funzionari impegnati nella prevenzione delle attività di intelligence ostili sul territorio nazionale.
Le contestazioni formulate dalla magistratura riguardano anche i pagamenti effettuati dal diplomatico russo ai due funzionari del ministero della Difesa. Gli investigatori stanno cercando di ricostruire con precisione la frequenza degli incontri, la natura delle informazioni cedute e il sistema utilizzato per trasferire il denaro senza destare sospetti. L’inchiesta coinvolge complessivamente sette persone. Gli arrestati sono: Gavino Raoul Piras, 59 anni, e Vincenzo di Pasquale, 59. Ex carabinieri, per anni ai Servizi, erano esperti di spionaggio e controspionaggio. Indagati sono: Davide Piantanida, Giuseppe Tempesta, Gianluca Nardella, Antonio Guerra e Sergio Romeo.
La Procura intende chiarire se abbiano avuto un ruolo attivo nella presunta rete informativa oppure se abbiano fornito un contributo marginale. Insieme agli arresti sono state eseguite numerose perquisizioni personali e domiciliari. I carabinieri del Ros hanno sequestrato telefoni cellulari, computer, hard disk e altri supporti informatici che saranno sottoposti ad approfondite analisi forensi. L’obiettivo è verificare l’eventuale presenza di ulteriore documentazione classificata, ricostruire i contatti tra gli indagati e individuare eventuali canali di comunicazione protetti utilizzati per il passaggio delle informazioni.Secondo quanto emerso finora, l’indagine è partita nel 2025 dopo una segnalazione trasmessa dall’Aisi, l’Agenzia informazioni e sicurezza interna. Da quel momento sono state sviluppate attività di monitoraggio che avrebbero consentito agli investigatori di documentare i rapporti tra gli indagati e il funzionario dell’ambasciata russa, raccogliendo elementi ritenuti sufficienti per procedere con gli arresti.
Il precedente nella Marina Militare
Il caso riporta inevitabilmente alla memoria quello di Walter Biot, l’ufficiale della Marina Militare arrestato nel marzo 2021 mentre consegnava documenti classificati a un ufficiale dell’ambasciata russa in cambio di alcune migliaia di euro. Quella vicenda provocò una grave crisi diplomatica tra Roma e Mosca e portò all’espulsione di diplomatici russi dall’Italia.
L’Europa nel mirino delle spie russe
L’episodio, tuttavia, si inserisce in un contesto molto più ampio. Dopo l’invasione dell’Ucraina, quasi tutti i principali Paesi europei hanno registrato un sensibile aumento delle attività riconducibili all’intelligence russa. Germania, Polonia, Regno Unito, Norvegia, Paesi Bassi e Repubblica Ceca hanno arrestato negli ultimi anni presunti agenti, intermediari o collaboratori accusati di raccogliere informazioni su installazioni militari, infrastrutture critiche, industrie della difesa e basi della Nato. In Germania diversi cittadini sono stati incriminati con l’accusa di aver fotografato installazioni militari e pianificato azioni di sabotaggio per conto di Mosca. In Polonia le autorità hanno smantellato più reti accusate di monitorare i movimenti dei convogli militari diretti in Ucraina, raccogliendo informazioni logistiche considerate strategiche. Nel Regno Unito sono invece emersi procedimenti giudiziari nei confronti di persone accusate di collaborare con l’intelligence russa per attività di sorveglianza e raccolta di informazioni su dissidenti e obiettivi sensibili. Anche nei Paesi baltici e in Scandinavia i servizi di sicurezza hanno più volte denunciato un incremento delle operazioni clandestine russe, spesso condotte attraverso diplomatici, società di copertura o intermediari apparentemente estranei agli apparati di intelligence. Per questo motivo le autorità europee hanno progressivamente rafforzato le misure di controspionaggio, aumentando i controlli sul personale che opera in settori strategici e intensificando la cooperazione tra i servizi di intelligence dei Paesi alleati. L’espulsione di centinaia di diplomatici russi da numerose capitali europee, avvenuta negli ultimi anni, è stata motivata proprio dal sospetto che molti di essi svolgessero in realtà attività riconducibili ai servizi segreti di Mosca. Gli investigatori italiani stanno ora cercando di stabilire quale sia stato il reale danno arrecato alla sicurezza nazionale, quali informazioni siano effettivamente finite nelle mani russe e se la presunta rete possa aver coinvolto altri soggetti. Un lavoro complesso che potrebbe avere conseguenze non soltanto sul piano giudiziario, ma anche su quello della sicurezza nazionale e delle relazioni tra l’Italia e gli alleati della Nato, in un momento in cui la guerra ibrida e lo spionaggio rappresentano una delle principali minacce per la sicurezza europea.
Stefano Piazza
vicedirettore Ius101.it
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