LUGLIO 2026
Prima sono arrivati i dazi. Poi le critiche agli alleati europei. Ora le pressioni che investono direttamente l’Italia, uno dei Paesi cardine della NATO nel Mediterraneo. Le continue “picconate” di Donald Trump non possono più essere considerate semplici provocazioni o strumenti di politica interna americana. Sono il segnale di un cambiamento strutturale nei rapporti transatlantici che l’Europa farebbe un grave errore a sottovalutare. L’Italia non è un bersaglio qualunque. Colpire politicamente Roma significa mettere sotto pressione uno degli Stati più strategici dell’intero continente. Per posizione geografica, infrastrutture militari, centralità nelle rotte energetiche e commerciali e ruolo nel Mediterraneo allargato, l’Italia rappresenta un nodo fondamentale della sicurezza europea e dell’Alleanza Atlantica. Se oggi il bersaglio delle critiche è Roma, domani potrebbe esserlo qualsiasi altro Paese membro. È per questo che quanto sta accadendo non riguarda soltanto il governo italiano, ma l’intera Unione Europea.
Negli ultimi mesi Trump ha alternato richieste di un maggiore contributo europeo alla difesa, critiche alle politiche commerciali dell’Unione e aperture sorprendenti verso interlocutori tradizionalmente ostili all’Occidente. Al di là delle valutazioni politiche, il messaggio è chiaro: gli interessi americani vengono prima di tutto e gli alleati devono imparare a difendersi da soli. Una posizione che molti governi europei continuano a interpretare come una tattica negoziale, quando invece riflette una trasformazione ormai profonda della politica estera statunitense. La guerra in Ucraina ha dimostrato quanto il continente dipenda ancora dagli Stati Uniti per intelligence, sistemi d’arma, difesa aerea, capacità logistiche e deterrenza strategica. In questo contesto, la crescente penetrazione economica e tecnologica della Cina ha evidenziato un’altra fragilità europea: la dipendenza da filiere produttive, terre rare, semiconduttori, infrastrutture digitali e investimenti provenienti da Pechino. È proprio questa doppia vulnerabilità a rendere l’Europa particolarmente esposta. Da una parte la Russia continua a utilizzare guerra, energia, cyberattacchi e disinformazione come strumenti di pressione geopolitica. Lo dimostrano anche le campagne che spingono per il ritorno al gas russo e le iniziative che rischiano di indebolire il sistema dell’informazione, come la raccolta firme promossa da Alessandro Di Battista per abolire il finanziamento pubblico ai giornali, una proposta ancora una volta in linea con gli interessi strategici del Cremlino.
Dall’altra la Cina consolida la propria influenza attraverso investimenti strategici, tecnologia e controllo delle catene di approvvigionamento. Se, nel frattempo, gli Stati Uniti dovessero progressivamente ridurre il proprio impegno nella sicurezza europea, il rischio sarebbe quello di un continente stretto nella morsa di Mosca e Pechino, privo degli strumenti necessari per difendere i propri interessi. Per questo motivo le pressioni esercitate sull’Italia assumono un significato che va ben oltre il rapporto bilaterale con Washington. Colpire il Paese che rappresenta il principale ponte tra Europa, Nord Africa e Medio Oriente significa mettere in discussione uno degli snodi fondamentali della proiezione strategica europea nel Mediterraneo. È un segnale che Bruxelles dovrebbe leggere come una sfida collettiva e non come una questione nazionale. La risposta, tuttavia, non può essere quella di prendere le distanze dagli Stati Uniti. L’alleanza transatlantica resta il pilastro della sicurezza europea anche perché Donald Trump è di passaggio mentre l’America resta. Ma proprio per preservarla è necessario riequilibrare il rapporto, costruendo un’Europa più forte e meno dipendente. Servono investimenti nella difesa comune, nell’industria militare europea, nella cybersicurezza, nell’intelligenza artificiale, nello spazio, nell’autonomia energetica e nelle tecnologie strategiche. Allo stesso tempo, l’Unione deve superare le proprie divisioni interne, che continuano a rappresentare il principale vantaggio competitivo di Russia e Cina.
L’errore più grave sarebbe liquidare le “picconate” di Trump come semplici uscite estemporanee. In realtà rappresentano un campanello d’allarme. Gli Stati Uniti stanno ridefinendo le proprie priorità strategiche e chiedono agli alleati di assumersi una quota crescente delle responsabilità comuni. Ignorare questo messaggio significherebbe prepararsi a un futuro nel quale l’Europa rischia di diventare il terreno di competizione delle grandi potenze anziché uno dei protagonisti del nuovo ordine internazionale.
L’Unione Europea si trova oggi davanti a una scelta decisiva. Può continuare a confidare negli equilibri del passato oppure cogliere i segnali che arrivano da Washington e trasformarli nell’occasione per rafforzare la propria autonomia strategica. Perché il rischio non è soltanto un’America sempre più orientata all’America First. Il rischio è un’Europa incapace di reagire, divisa, vulnerabile e destinata a trovarsi stretta tra le ambizioni della Russia e l’espansione della Cina. E se persino un Paese centrale come l’Italia diventa oggetto di pressioni politiche, significa che il tempo delle illusioni è finito per tutti.
Stefano Piazza
vicedirettore IUS101






