Armi, riarmi, miliardi che volano, kit di sopravvivenza, vibranti volontari, dazi e contro-dazi, borse che ballano. Le parole diventano titoli che provocano ansia. Spontaneo chiedersi se questa guerra (chi contro chi?) si farà o non si farà. Nel frattempo, in Francia è pronto un manuale di sopravvivenza di una ventina di pagine sulla scia di quelli già distribuiti in Svezia (di 30 pagine), Norvegia e Finlandia! Giusto per dormire più sereni. “Bisogna essere pronti a tutto, non solo a un conflitto armato”, dice un funzionario del governo francese a Europe 1. Entro l’estate ogni famiglia francese riceverà una guida con numeri di emergenza, frequenze radio da seguire e consigli che non fanno dormire sereni (tipo: chiudere porte e finestre se scatta l’ALLARME NUCLEARE). Nell’ultima sezione: informazioni su come iscriversi alla riserva militare. Tutti. Nessuno escluso. Nemmeno i pensionati. Giorni fa Le Figaro scriveva che il manuale era sulla scrivania del premier François Bayrou, pronto per l’approvazione. Il Segretariato generale della Difesa e della Sicurezza nazionale prova a rassicurare: il kit “non significa assolutamente” che un conflitto sia imminente, anzi, è solo una misura di prevenzione. Ah, certo. Parlate di scenari da apocalisse nucleare e poi ci dite di stare tranquilli. Per non farci mancare nulla, tra sicurezza e rassicurazioni, spunta il video di Hadja Lahbib, Commissario europeo alla gestione delle crisi. Presenta un kit per resistere 72 ore alla guerra pensato e consigliato da Bruxelles. E mentre lo presenta ride. Lei ride. Ma cosa c’è da ridere? Fa ridere che, in quel kit, tra acqua, torcia, fiammiferi, carte da gioco, medicine e cibo in scatola, l’unica arma condivisa da tutti gli Stati membri per una difendersi in maniera comune sarebbe un coltello… Svizzero!
Però, una volta armati tutti i cittadini degli Stati membri con un coltellino svizzero, per contare davvero sullo scacchiere globale l’Europa dovrebbe puntare su difesa aerea e sistemi satellitari. Ovvero, droni e tecnologie anti-droni; una cyber-difesa integrata; logistica e trasporti militari efficienti; capacità di attacco a lungo raggio. E, tema delicato, armi nucleari tattiche. In breve tempo, solo il Regno Unito e la Francia potrebbero mettere insieme un programma di armi nucleari tattiche e serve uranio, tanto uranio (quanto dipende la Francia dall’uranio del Niger?). In più, il campo di battaglia moderno sarà dominato dalla connettività: servono sistemi in grado di far comunicare in tempo reale droni, carri armati, missili, satelliti e jet, coordinandoli come un unico organismo.
Insomma, costruire una difesa europea seria è possibile, ma servono visione, soldi e, soprattutto, volontà politica. E stabilità: molti dei volenterosi con la pace nella fondina sono a fine mandato, altri governano con maggioranze deboli ed il problema principale è che all’interno di ogni Stato la si pensa diversamente. Cedere sovranità sulla difesa? Per molti Governi è inaccettabile. Le posizioni sono piuttosto chiare. L’Unione Europea spinge per una difesa più integrata, con investimenti comuni. Francia e Germania vogliono più autonomia strategica. Polonia e Paesi Bassi, invece, preferiscono restare legati alla NATO. Inoltre, la geografia parlamentare è balcanizzata sia nei singoli Stati membri che a Bruxelles: il centro-destra europeo spinge per un esercito comune, i socialisti vogliono più cooperazione, mentre le destre nazionaliste dicono “No” a una difesa centralizzata. Poi c’è il lato pratico: strategie diverse, budget che variano da Paese a Paese e una catena di comando che, al momento, semplicemente non esiste. Nel frattempo, gli eserciti europei si sono ridotti: meno uomini, meno mezzi, meno capacità rispetto al passato.
I soldi sono un altro problema. Alcuni Paesi investono oltre il 2% del PIL, altri molto meno. Per essere veramente autonomi, l’UE dovrebbe arrivare a spendere tra il 3% e il 5% del PIL. Ma questo richiederebbe di rivedere le regole di bilancio europee, magari escludendo le spese militari dal Patto di Stabilità. Eh, stabilità. Bella parola, in un presente segnato dalle ambizioni economiche e geopolitiche della Cina, dall’aggressività della Russia e dall’influenza dell’Iran. Senza dimenticare la Corea del Nord, che ha pure creato il Centro di Ricerca 227, un’unità militare specializzata in attacchi informatici avanzati, tra deepfake e sabotaggi (poche settimane fa, hacker nordcoreani hanno rubato 1,46 miliardi di dollari in criptovalute). A tutto questo si aggiunge un presidente americano imprevedibile, che sta trattando gli accordi di sicurezza e le relazioni internazionali con le regole del Risiko giocato su un tavolo da poker.
E allora? Qual è il senso di questa corsa al riarmo e delle promesse di guadagni miliardari? Quando Ursula von der Layen ha dichiarato al Corriere della Sera che per l’Italia il “Piano di difesa è una chance”, mi è tornata in mente la scena del film Schindler’s List quando Oskar dice alla moglie Emilie: “In ogni affare che tentavo, ora lo so di certo, non ero io a fallire: c’era qualcosa che mancava. Anche se avessi saputo cos’era, non c’era niente che avrei potuto fare, perché è una cosa che non puoi creare e stabilisce la differenza fondamentale che passa fra successo e fallimento”. Lei domanda: “La fortuna?”. Lui: “La guerra”.
Costantino Pistilli
giornalista






