NOVEMBRE 2025
La Russia si trova davanti a una delle crisi finanziarie più gravi dell’era Putin: la Banca centrale ha ammesso l’esistenza di un disavanzo gigantesco nei bilanci degli istituti di credito, pari a 10,4 trilioni di rubli, cioè circa 131 miliardi di dollari. Un numero enorme, che conferma le anticipazioni pubblicate da Bloomberg cinque mesi fa, quando l’agenzia aveva previsto l’arrivo di una tempesta bancaria nel giro di un anno. Quel pronostico oggi appare drammaticamente realistico.
Secondo quanto rivelato dal Moscow Times, la voragine nasce dai prestiti concessi negli ultimi anni a un apparato industriale sempre più fragile: interi settori hanno chiesto finanziamenti per continuare a operare nonostante ricavi in picchiata. Edilizia, lavorazione del legno, automobili, meccanica pesante, chimica, metallurgia e trasporti sono tutti in forte sofferenza. A questi comparti si aggiunge l’industria della difesa, che ha moltiplicato la richiesta di fondi per sostenere il ritmo della produzione bellica, pur senza generare profitti reali. In pratica vive di commesse statali gestite con budget ormai sotto forte pressione, aggravando l’esposizione delle banche. Il deterioramento economico è così evidente che lo stesso governo, nei giorni scorsi, ha invitato la popolazione a pagare le imposte entro il 1° dicembre per compensare la drastica riduzione del gettito fiscale. Ma il messaggio ha sortito l’effetto opposto: temendo una crisi più ampia, molti cittadini hanno iniziato a ritirare i risparmi, sottraendo ulteriore liquidità al sistema bancario e mettendo in difficoltà il Cremlino, che ha bisogno di fondi immediati per sostenere la guerra e tamponare le fragilità interne.
La dimensione del problema è impressionante. Il “buco” scoperto dalla Banca centrale rappresenta il 24% dell’intero bilancio dello Stato. Ciò implica che, tra costi militari e interventi di salvataggio nel settore creditizio, le risorse pubbliche sono già state virtualmente assorbite. Il bilancio 2025 destinava il 32% della spesa totale alle attività legate alla guerra, ma l’aumento reale dei costi ha portato la quota effettiva vicino al 45%, pari a circa l’8% del PIL. E questa è solo la parte visibile del bilancio. Esiste infatti un vastissimo capitolo di fondi classificati, che include le strutture di sicurezza interna – Guardia Nazionale, forze speciali, polizia militarizzata, servizi segreti – e varie attività connesse direttamente o indirettamente al conflitto in Ucraina. Questo insieme di voci pesa per un altro 30% del budget statale. Sommando spese militari dichiarate e spese “occultate”, la quota complessiva di bilancio assorbita dalla guerra oscilla tra il 62% ufficiale e un possibile 75% se si includono extra-costi non riportati nelle proiezioni del governo.
Il quadro si complica ulteriormente con la crisi del settore energetico, tradizionale ossatura finanziaria del Paese. Per aggirare le sanzioni, Mosca è costretta a vendere il petrolio sotto le soglie necessarie per finanziare lo Stato. Il risultato è un calo sostanziale delle entrate, amplificato dalla contrazione dell’economia interna e dalla riduzione dei consumi. A ciò si aggiunge il fatto che, per la prima volta dalla fine dell’URSS, il Cremlino ha iniziato a liquidare una parte delle riserve nazionali d’oro: un segnale inequivocabile della pressione crescente sulle finanze statali.
Tutti questi elementi descrivono una Russia che mantiene all’esterno l’immagine di una potenza stabile, ma che internamente è attraversata da tensioni economiche profonde. Le banche devono fare i conti con crediti inesigibili sempre più pesanti, l’industria fatica a sopravvivere senza sostegni straordinari, i cittadini perdono fiducia nel sistema e lo Stato brucia risorse a un ritmo incompatibile con la sostenibilità di lungo periodo. Se il disavanzo bancario continuerà a espandersi, il Cremlino dovrà misurarsi con un bivio delicatissimo: sacrificare la stabilità finanziaria per continuare a finanziare la guerra, oppure rallentare l’apparato militare per evitare un tracollo creditizio. Qualunque scelta comporterà un prezzo politico ed economico altissimo.
Stefano Piazza
vicedirettore Ius101.it






