“Per cortesia, torni domani. Abbiamo chiuso, spento le luci e stavamo uscendo, non vedete?”. A Giuseppe Santoro non interessava quale fosse l’orario di chiusura, ancor meno di quello che diceva quel barbiere di Palermo. Il look è il look. Soprattutto: lo gnuri (il cocchiere) è un duro. Picchia il proprietario e gli distrugge il salone. Poi è il turno dell’automobile – “La batteria gli ha tolto, tutti i fili… l’impianto gli hanno tagliato” – e anche del picciutteddu che lavora in quella barberia a meno di un chilometro da Palazzo dei Normanni. Ma siamo nel mandamento della famiglia Lo Presti con la quale il giovane apprendista che ha preso le botte ha dei contatti tramite un cugino. Allora la questione arriva a Piero Lo Presti, uno più duro di gnuri. Piero si rivolge a Jessica Santoro, “figlia” (per lealtà non per parentela) di Calogero Lo Presti, zio di Piero, molto più duro degli altri due duri: lui è il boss. E sentenzia: gnuri risarcirà tutto a suon di botte. Amen.
Dal carcere di Santa Maria Capua Vetere, il boss Calogero Lo Presti ha seguito il pestaggio in videochiamata. Mentre suo nipote Piero, rinchiuso nel penitenziario di Rossano, ha dato il via al raid punitivo. A organizzare il pestaggio e la diretta streaming sarebbe stata Jessica Santoro, attraverso il “telecomando” -ossia il cellulare- che gestiva suo marito, Francesco Cataldo. Regia, sceneggiatura, trama e anche un casting per scegliere i protagonisti di questo Squid Game alla siciliana. U jocu ro calamaru, hanno ironizzato alcuni cronisti palermitani dopo aver letto i verbali dell’ultima indagine della Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo. Questo episodio ha portato all’arresto di 181 esponenti mafiosi e ha svelato un sofisticato sistema di comunicazione tra boss detenuti e affiliati all’esterno. Il blitz dell’11 febbraio 2025 ha colpito i mandamenti di Porta Nuova, Pagliarelli, Tommaso Natale-San Lorenzo, Santa Maria del Gesù e Bagheria. L’indagine ha confermato: i boss, anche dietro le sbarre, continuano a comandare grazie ai telefoni clandestini. Il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo aveva sottolineato la fragilità del sistema carcerario.
Come entrano i telefoni?
I metodi sono vari. Uno dei più difficili da intercettare è l’uso dei droni. Nel 2023, al carcere Pagliarelli, fu intercettato un drone con quattro telefoni destinati a detenuti in regime di massima sicurezza. I dispositivi erano nascosti nei wc, avvolti in cellophane. C’è poi il metodo classico dei lanci dall’esterno. Nel 2024, all’Ucciardone, sono stati trovati 14 smartphone con caricabatterie lanciati dalle strade adiacenti. La polizia penitenziaria denuncia da anni la vulnerabilità delle strutture urbane. Non mancano i metodi più artigianali: telefoni nei panini, nelle patate, cuciti nelle scarpe. I più usati restano però i “citofoni”, dispositivi grandi come accendini, facili da nascondere e difficili da intercettare. Bastano per mandare messaggi rapidi e sicuri. L’Italia ha molto da correggere e il sovraffollamento non aiuta: al 6 marzo 2025, i detenuti erano 62.130, per una capienza regolamentare di 51.323 e solo 46.890 posti effettivi. Ma ha anche una lezione da offrire. Nonostante le criticità e le polemiche, il regime del 41-bis resta uno dei modelli più avanzati in Europa per il contrasto alla criminalità organizzata. In Italia l’estensione e la pervasività delle mafie hanno reso necessaria l’adozione di strumenti eccezionali, capaci di isolare i boss detenuti e spezzare il legame con le organizzazioni all’esterno. È un modello duro ma riconosciuto per la sua efficacia. O meglio -puntualizza Salvatore Calleri, presidente della Fondazione Antonino Caponnetto- “è chiamato erroneamente carcere duro ma nasce con la legge Gozzini, una legge garantista. A conferma di quanto dico, si guardi a Matteo Messina Denaro che, sebbene fosse al 41 bis, ha avuto un trattamento sanitario d’eccellenza”.
Negli ultimi mesi, anche la Francia sembra muoversi nella stessa direzione. Da poco più di un mese il Parlamento francese ha approvato una legge sul narcotraffico che segna un cambio di passo: pene più pesanti, procura nazionale specializzata, possibilità di sequestri patrimoniali rapidi e tecniche d’indagine invasive, comprese le infiltrazioni digitali. Strumenti presi in prestito dalla lotta al terrorismo e adattati alla guerra contro i narcoblocs, le zone urbane sotto controllo delle reti criminali.
Non si parla esplicitamente di un “41-bis francese”, ma la direzione è chiara: isolamento rafforzato, restrizione dei contatti esterni, controllo sistematico delle comunicazioni. In altre parole, un sistema che, pur con specificità nazionali, guarda al modello italiano come riferimento. Un modello emergenziale, sì. Ma calibrato sulla realtà. Oggi il narcotraffico muove miliardi, corrompe, assume ragazzi nei quartieri popolari. Secondo EMCDDA ed Europol, vale il 39% del mercato criminale europeo, con un giro d’affari di oltre 100 miliardi l’anno. Soldi che finiscono nei paradisi fiscali o vengono reinvestiti: immobili, logistica, ristorazione, rinnovabili, perfino il digitale. La presenza mafiosa è ormai regola, non eccezione, in molte città europee. Marbella, ad esempio, è stata giornalisticamente denominata la sede global del crimen organizado, dal momento che nella città spagnola della costa del Sol si concentrano almeno 113 gruppi criminali che appartengono ad almeno 59 nazionalità differenti.
Mentre l’Italia insegna e la Francia accelera, l’Europa arranca. Non basta armonizzare le leggi. Il vero buco nero è la mancanza di un sistema detentivo efficace e centralizzato per isolare i capi. Perché un boss arrestato in Germania o in Olanda rischia di tornare operativo appena chiusa la porta della cella.
Costantino Pistilli
giornalista






