FEBBRAIO 2026
Il decreto Sicurezza approvato dal governo il 5 febbraio non è un atto isolato né una risposta emotiva. È il punto di arrivo di una valutazione maturata nel tempo dentro il Viminale e negli apparati di sicurezza: una parte della conflittualità urbana in Italia ha superato la soglia della protesta per assumere caratteristiche strutturalmente violente, organizzate e persistenti. Torino è diventata il caso emblematico di questo passaggio. Negli ultimi mesi il capoluogo piemontese ha mostrato con chiarezza un fenomeno che le cronache giudiziarie e di ordine pubblico descrivono da tempo: nuclei antagonisti stabili, capaci di mobilitarsi rapidamente, di rigenerarsi e di usare la piazza come spazio di scontro sistematico con lo Stato. Non episodi sporadici, ma una dinamica ripetuta: cortei che degenerano, devastazioni, assalti alle forze dell’ordine, danneggiamenti mirati, utilizzo di minori o giovanissimi come massa d’urto e una rete di coperture politiche e associative che rende difficile isolare i responsabili. È su questo terreno che il decreto interviene, rompendo consapevolmente con l’impostazione attendista degli ultimi anni. Il nodo centrale è uno: lo Stato non vuole più arrivare dopo, quando la violenza è già esplosa e il danno – materiale, simbolico, istituzionale – è già stato prodotto.
Le zone a vigilanza rafforzata, rese ora strutturali e non più emergenziali, rispondono esattamente a questa esigenza. Consentono al prefetto di delimitare aree urbane sensibili per periodi prolungati, fino a 18 mesi, e di allontanare soggetti che, pur non ancora condannati, risultano stabilmente inseriti in circuiti di illegalità e violenza. È una scelta che rompe un tabù: la pericolosità sociale torna a essere un criterio operativo, non solo un concetto astratto. Nel contesto torinese, questo significa colpire la continuità della presenza degli stessi soggetti nelle piazze calde, impedendo che tornino a occupare fisicamente lo spazio urbano a ogni mobilitazione. Non più interventi spot, ma una strategia di logoramento preventivo delle reti antagoniste. Ancora più esplicita è l’estensione del Daspo urbano. La possibilità di applicarlo anche in assenza di una condanna definitiva, sulla base di denunce per reati commessi durante manifestazioni pubbliche, rappresenta una rottura deliberata con l’idea che solo il giudizio penale possa incidere sulla libertà di accesso agli spazi pubblici. Il messaggio politico è diretto: chi trasforma la protesta in violenza perde il diritto di tornare sistematicamente in piazza.
Il decreto nasce anche dalla constatazione che la violenza di piazza contemporanea non è più improvvisata. Torino lo ha mostrato con chiarezza: travisamenti, caschi, petardi, strumenti atti ad offendere, azioni coordinate, vie di fuga pianificate. Per questo vengono introdotti strumenti come il fermo di prevenzione fino a 12 ore, le perquisizioni immediate in contesti ad alta tensione e, soprattutto, l’arresto in flagranza differita per i danneggiamenti. Quest’ultima norma intercetta uno dei principali limiti emersi negli scontri torinesi: la difficoltà di intervenire nell’immediato contro chi colpisce e si dilegua, confidando nella lentezza delle indagini successive. Con la flagranza differita, video, immagini e materiali raccolti dopo diventano strumenti immediati di repressione, spezzando la percezione di impunità che ha alimentato la radicalizzazione della piazza.
Il decreto guarda anche alla dimensione generazionale del fenomeno. A Torino, come in altre città, una parte significativa dei protagonisti degli scontri è composta da minorenni o giovanissimi, spesso provenienti da contesti di marginalità, facilmente assorbiti da reti antagoniste più strutturate. L’inasprimento degli ammonimenti, l’estensione delle sanzioni amministrative ai genitori e l’abbassamento dell’età di intervento segnano un cambio di filosofia: la violenza giovanile non è più trattata solo come disagio, ma come problema di ordine pubblico. Questo approccio si salda con un altro pilastro del decreto: la tutela rafforzata delle forze dell’ordine. L’annotazione preliminare nei casi di evidente causa di giustificazione è una risposta diretta al clima di sfiducia e paralisi operativa denunciato da tempo dagli operatori sul campo. Dopo Torino, il segnale è politico: lo Stato copre chi garantisce l’ordine, riducendo il rischio che ogni intervento si trasformi automaticamente in un problema giudiziario per l’agente. Il quadro si completa con il capitolo immigrazione, che – pur non direttamente collegato ai fatti torinesi – rientra nella stessa logica di riduzione delle zone di opacità e di elusione. Obbligo di cooperazione per l’identificazione, rimpatri più rapidi, fine dell’automatismo nel gratuito patrocinio contro l’espulsione: misure che puntano a riaffermare il principio di controllo effettivo del territorio e delle persone che lo attraversano. Nel suo insieme, il decreto Sicurezza disegna uno Stato più verticale, più preventivo, meno condizionato dai tempi lunghi della giustizia. È una scelta che inevitabilmente solleverà contestazioni sul piano dei diritti e delle garanzie costituzionali, ma che nasce da una valutazione politica netta: l’antagonismo violento non è più un problema marginale, ma una minaccia sistemica alla tenuta dell’ordine pubblico. Torino è stata il punto di rottura. Non l’unico, ma il più visibile. Ed è da lì che il governo ha deciso di cambiare registro, assumendosi il rischio di una stretta che sposta l’equilibrio tra libertà e sicurezza. La discussione ora passerà per il Parlamento e, probabilmente, per la Corte costituzionale. Ma una cosa appare già chiara: la gestione “difensiva” della piazza è archiviata. Al suo posto prende forma una strategia di contenimento preventivo che difficilmente verrà smantellata nel breve periodo. Puntuali arrivano le contestazioni delle sinistre, che evocano uno «Stato di polizia». A queste accuse replica la vicepresidente del gruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Augusta Montaruli: «Con lo scorso pacchetto sicurezza dicevano che ci sarebbe stata una stretta repressiva e liberticida. Direi che la sinistra ripropone una narrazione che è agli occhi di tutta Italia essere una fake news. In compenso mentre si continua a garantire il diritto di manifestare rafforziamo misure preventive».
Stefano Piazza
vice direttore IUS101






