Divario, generazioni perdute e una rivoluzione culturale necessaria: come la digital literacy può salvare il Paese
Viviamo in un’epoca in cui la tecnologia influenza ogni aspetto della nostra quotidianità. L’alfabetizzazione digitale, o digital literacy, non è più un’opzione ma una necessità imprescindibile per garantire inclusione sociale, accesso al lavoro e partecipazione attiva alla vita civica. Tuttavia, l’Italia continua a registrare un preoccupante ritardo rispetto ad altri Paesi europei, configurando una vera emergenza nazionale. Ma cosa significa davvero digital literacy? Non si tratta semplicemente di utilizzare un computer o uno smartphone. Come affermava Paul Gilster, che coniò il termine nel 1997, è una competenza critica e consapevole: la capacità di identificare, analizzare e sintetizzare informazioni, creare contenuti e comunicare in modo efficace. In Italia, tuttavia, questa competenza viene spesso limitata a un insieme di abilità tecniche, trascurando gli aspetti critici e sociali essenziali per navigare nel complesso ecosistema digitale. Secondo il Rapporto ISTAT 2023, pubblicato lo scorso giugno, solo il 45,9% degli italiani tra i 16 e i 74 anni possiede competenze digitali almeno di base. Questo dato colloca l’Italia al 23° posto tra i 27 Paesi dell’UE, con un divario di circa 10 punti percentuali rispetto alla media europea. La situazione è ancora più critica tra gli anziani: appena il 19,4% delle persone tra i 65 e i 74 anni ha competenze digitali di base.
Le disparità territoriali amplificano ulteriormente questa frattura. Al Centro-Nord, regioni come il Lazio (52,9%) e il Friuli-Venezia Giulia (52,3%) mostrano percentuali significative di alfabetizzazione digitale, mentre al Sud i numeri sono drammatici: in Calabria e Sicilia, solo il 33,8% e il 34% della popolazione dispone di competenze digitali di base. Inoltre, persiste una disparità di genere: gli uomini superano le donne di 3,1 punti percentuali, con il divario che si accentua oltre i 45 anni. Questi numeri non rappresentano solo statistiche, ma riflettono profonde disuguaglianze legate all’accesso alle tecnologie, alle opportunità educative e alle condizioni socioeconomiche. Colmare il divario digitale non è soltanto una questione tecnologica, ma un’urgenza sociale per garantire pari opportunità e uno sviluppo equilibrato nel Paese.
Il problema in Italia è duplice: culturale e sistemico. Le politiche pubbliche, infatti, adottano spesso un approccio tecnocratico ed economicistico, relegando in secondo piano la dimensione culturale e creativa. Questa visione limitata riduce l’alfabetizzazione digitale a un insieme di abilità tecniche, ignorando la necessità di formare cittadini capaci di utilizzare le tecnologie in modo critico, etico e consapevole. Come evidenzia il sociologo Piermarco Aroldi nel contributo “Media Literacy e Digital Literacy. Il ruolo delle politiche”, ignorare le dimensioni critiche e partecipative della digital literacy ne limita il potenziale trasformativo. Un esempio emblematico è il Piano Nazionale Scuola Digitale (PNSD): un’iniziativa ambiziosa, ma spesso indebolita dall’assenza di coordinamento sistematico e di un impegno strutturato. L’insufficienza di competenze digitali ha un impatto diretto sul mercato del lavoro e sulla competitività del Paese. Nel 2023, solo il 56,9% degli occupati possedeva competenze digitali di base, contro una media europea del 64,7%. Questo deficit aggrava fenomeni già preoccupanti, come la ‘fuga dei cervelli’: nel 2024, oltre un terzo dei giovani italiani ha dichiarato l’intenzione di emigrare in cerca di migliori opportunità lavorative, secondo Reuters. Il 14 ottobre scorso ha portato un barlume di speranza con l’insediamento del Comitato consultivo per l’alfabetizzazione mediatica e digitale, guidato da Federico Eichberg ed Eva Spina. Questo organismo, impegnato a coordinare azioni istituzionali e promuovere un uso responsabile delle tecnologie, avvia il suo lavoro con un progetto chiave: la stesura di un nuovo ‘Codice di autoregolamentazione media e minori’. Anche il mondo accademico sta affrontando il tema con maggiore attenzione. Giovannella Greco, sociologa e docente universitaria, sottolinea come le tecnologie, pur offrendo nuove opportunità, abbiano amplificato il divario tra chi dispone degli strumenti culturali per comprenderle e chi ne è escluso. In questo contesto, la scuola deve tornare a essere un luogo di riflessione critica e di scelte consapevoli, capace di colmare queste disuguaglianze. La privacy literacy è un altro aspetto fondamentale. I giovani, pur desiderando tutelare la propria privacy, spesso condividono informazioni personali senza piena consapevolezza dei rischi. È quindi indispensabile intervenire con progetti educativi mirati, come INF@NZIA DIGI.tales 3.6, che ha dimostrato come innovazione e inclusione possano coesistere, introducendo approcci etici e bilanciati fin dall’infanzia. Superare il divario digitale non significa solo distribuire dispositivi tecnologici, ma promuovere un cambiamento culturale profondo. Ida Cortoni, sociologa e docente a ‘La Sapienza’ di Roma, nel suo libro “Famiglia e cittadinanza digitale”, sottolinea l’importanza del dialogo intergenerazionale come leva per sviluppare competenze digitali, evidenziando la necessità di un concreto sostegno alle famiglie e di un coinvolgimento attivo delle istituzioni. L’Italia non può permettersi di perdere un’intera generazione a causa del divario digitale. Questa sfida, che tocca la giustizia sociale, deve essere affrontata ora per garantire che nessuno venga escluso in un mondo sempre più interconnesso. L’alfabetizzazione digitale deve andare oltre la tecnica, diventando critica e partecipativa, capace di valorizzare il potenziale dei giovani integrandolo con l’esperienza degli educatori. Solo così si potrà costruire una società digitale più equa e inclusiva. Per approfondire, abbiamo intervistato Gian Lorenzo Lagna, figura di spicco nella creatività digitale italiana. Fondatore del network “Jai Guru Deva”, ha collaborato con personalità come Alberto Angela e Alessandro Barbero, oltre a esperti internazionali quali John Howkins, padre dell’Economia Creativa, Helena Norberg-Hodge, Premio Nobel Alternativo, e Serge Latouche. Ha inoltre lavorato con musicisti di fama mondiale, tra cui gli Scorpions e Jennifer Batten, storica chitarrista di Michael Jackson. In ambito informatico, Ha sviluppato il Sistema di Gestione dell’Inventiva, pionieristico nel passaggio dai social network ai ‘creative networking’, incubato nel 2013 al TreatABit del Politecnico di Torino. Ha inoltre avviato corsi di Creatività Digitale presso istituzioni come la Scuola Holden, formando professionisti capaci di unire tecnologia e creatività.
Spesso l’alfabetizzazione digitale è ridotta a competenze tecniche. Come possiamo integrare un approccio che includa capacità critiche, etiche e sociali? «Da un punto di vista accademico e pedagogico, prima di introdurre i ragazzi all’uso pratico di dispositivi, applicazioni e software, è fondamentale avviarli alla comprensione profonda della realtà informatica e della matrice originaria del digitale. Non si tratta solo di allenare mani e dita a eseguire compiti specifici, ma di formare una consapevolezza critica sulle opportunità e i rischi che questi strumenti comportano. È essenziale esplorare con loro le origini della disciplina: quando e perché è stata inserita tra le scienze, come si è evoluta fino a permeare ogni livello della società globale e quali linguaggi utilizza per raccogliere, elaborare e trasmettere informazioni. L’educazione informatica non può ridursi a un semplice addestramento tecnico; deve invece mirare a sviluppare una forma mentis capace di coniugare competenza operativa e responsabilità nella produzione, nell’uso e nello sviluppo delle tecnologie. Solo così i ragazzi potranno sviluppare uno sguardo critico sulla disciplina, valutandone la coerenza con i principi originari e decidendo consapevolmente se accettare o riformare il progresso tecnologico».
Il PNSD è stato lanciato con grandi ambizioni. Cosa manca per trasformarlo in uno strumento sistematico di alfabetizzazione digitale? «Per un efficace processo di digitalizzazione cito tre ‘ingredienti’: tempo, visione e fondi. Sul tempo, pur essendo consapevoli del ritardo rispetto a Paesi come la Polonia, che ha reso l’informatica una disciplina scolastica obbligatoria singola o integrata già nel 1990, possiamo trasformare questa consapevolezza in uno stimolo per procedere con decisione, evitando però passi frettolosi che comprometterebbero una pianificazione solida e innovativa. È essenziale anche imparare dalle esperienze di altri Stati europei. Quanto alla visione, occorre restituire a famiglia e scuola il ruolo centrale che meritano nella società. Storia e dati dimostrano che laddove si è valorizzato il nucleo familiare e il sistema educativo, i progressi civili, economici e industriali sono stati evidenti. Infine, i fondi: servono risorse pubbliche e private a medio-lungo termine, strutturali e non occasionali, per garantire un percorso di alfabetizzazione digitale solido, accessibile e completo per tutte le generazioni».
Confermata l’importanza del ruolo delle famiglie nell’educazione digitale, come possono essere concretamente supportate in questa sfida? «Una possibile ispirazione arriva dal ‘Metodo Suzuki’, sviluppato dal violinista giapponese Shinichi Suzuki per l’apprendimento musicale. Basato sull’imitazione dei genitori, il metodo ha dimostrato che anche discipline complesse possono essere apprese sin dalla prima infanzia con risultati rapidi ed efficaci, soprattutto quando i genitori, anche privi di competenze pregresse, vengono guidati da un insegnante e coinvolgono i figli con esercizi pratici come melodie e ritmi. Applicato all’informatica, questo approccio potrebbe tradursi in un percorso condiviso tra famiglia e scuola, in cui genitori e figli apprendano insieme, confrontandosi e collaborando per superare le difficoltà. Questo processo non solo faciliterebbe l’acquisizione di competenze digitali, ma promuoverebbe anche un dialogo intergenerazionale arricchente, creando un ambiente favorevole alla crescita culturale e tecnologica per tutti i membri della famiglia. Un’educazione digitale condivisa, infatti, può trasformarsi in un potente strumento per rafforzare legami familiari e preparare ogni generazione a un futuro sempre più connesso».
In che modo l’alfabetizzazione digitale può contribuire a colmare il divario economico e sociale tra le diverse regioni italiane? «Scongiurando il rischio di preparare leve composte prevalentemente da consumatori digitali, pressoché passivi, alla mercé di compagnie e corporazioni estere sempre più ‘onnivore’ e monopolistiche, e favorendo invece, dinamiche di partecipazione e collaborazione tra studenti e professionisti capaci di produrre scienza informatica utile, originale, raffinata e sopraffina, lungo tutto lo Stivale, per collaborazione. Per sua natura, il digitale travalica i confini e riduce le distanze geografiche agendo da remoto: quindi unire le forze di studio, di ricerca e di produzione in ambito informatico è, di per sé, assai semplice. E la semplicità di cui parliamo è di tipo pratico, non teorico. Dunque, l’urgenza è a livello programmatico-progettuale ed esecutivo: compito che spetta all’amministrazione pubblica centrale e locale».
La privacy literacy è una competenza fondamentale nell’era digitale. Come sensibilizzarne i giovani su questo tema senza intimorirli? «Credo che alcune regole – o meglio, ‘principi’ – siano indispensabili. Senza di essi, il rischio è che questa sorta di ‘Far West’, o meglio ‘Far Web’, non solo continui a proliferare, ma degeneri ulteriormente. La storia ci insegna molto in ambiti diversi ma con dinamiche simili: basti pensare all’introduzione dei mezzi di trasporto privati quasi due secoli fa. Allo stesso modo, è essenziale sensibilizzare i giovani, ma anche proteggerli, soprattutto in ambiti tanto delicati, vulnerabili e fragili come l’intimità. Se questa protezione si realizzerà attraverso un utilizzo ‘personalizzato’ e regolamentato in base all’età, o persino vietandolo fino a un’età prossima alla maturità – come abbiamo fatto con la guida degli autoveicoli – sarà una decisione che dovremo prendere presto, disciplinandola a livello legislativo. Tuttavia, l’intimidazione si conferma come il peggior strumento educativo. La psicologia ci insegna che questo metodo genera ansie e nevrosi, soffocando invece di favorire lo sviluppo delle nostre capacità cognitive, emotive, creative e spirituali. Per questo, l’istruzione rimane senza dubbio la strada maestra».
Lara Ballurio
giornalista






