SETTEMBRE 2025
Negli ultimi tempi, il mondo dei social media è stato scosso da un grave scandalo che ha visto coinvolto un gruppo Facebook chiamato “Mia Moglie”. Questo gruppo, con circa 32.000 iscritti, si è rivelato un vero e proprio contenitore di immagini intime di donne, tra cui mogli, ex compagne e suocere, pubblicate e condivise senza il consenso delle persone ritratte. Le foto non solo hanno violato la privacy delle donne, ma sono state anche accompagnate da commenti sessisti e denigratori, creando un ambiente tossico che ha suscitato indignazione e sdegno a tutti i livelli.
L’emergere di questo caso ha gettato una luce inquietante sulla cultura della misoginia e sulla violenza psicologica che permea il cyberspazio, evidenziando come la tecnologia possa essere utilizzata come strumento di degrado e umiliazione. La scoperta della partecipazione di professionisti, tra cui poliziotti, medici, avvocati e docenti universitari, ha ulteriormente alimentato il dibattito pubblico sulla fiducia nelle istituzioni e sulla responsabilità etica di chi ricopre ruoli di rilievo nella società. Nonostante la chiusura del gruppo da parte di Meta, la società madre di Facebook, le attività illecite sembrano non essersi fermate, spostandosi su piattaforme alternative come Telegram e WhatsApp. Il comportamento abusante dunque sembrerebbe trovare piattaforme più accondiscendenti e meno restrittive. Per approfondire le implicazioni legali e sociali di questo scandalo, abbiamo intervistato Rocco Panetta, avvocato esperto in diritto della privacy e dei social media, per comprendere meglio quali siano le conseguenze legali per i trasgressori e come possiamo lavorare insieme per costruire un ambiente digitale più sicuro e rispettoso.
Avvocato Panetta, quali sono le implicazioni legali per i membri del gruppo “Mia Moglie” che hanno condiviso immagini intime senza consenso?
«Questa è una vicenda molto complicata, che ci mette di fronte a molte sfide e problemi tipici del tempo che stiamo vivendo. La diffusione di immagini private ed a contenuto sessualmente più o meno esplicito è un fenomeno invero non recente. Ma di certo la tecnologia contemporanea e la condivisione di contenuti tramite le piattaforme “social” ha amplificato il fenomeno, moltiplicando le violazioni di dati personali e le sfide al diritto alla riservatezza in un modo senza precedenti. Le responsabilità sono molteplici e diversificate, a seconda se si sono condivisi contenuti caricando foto altrui o foto personali o se si è solo partecipato guardando tali contenuti e di certo se le vittime della violazione dei dati sono riconoscibili la fattispecie diventa fonte di responsabilità più serie anche di rilievo penale. Spesso si omette, anche nel racconto dei media, il fatto che la protezione dei dati è alla base del nostro vivere civile e del patto sociale che abbiamo tutti sottoscritto nel momento in cui, dopo la fine della seconda guerra mondiale, abbiamo scritto regole, quelle della Costituzione, che garantiscono ampi spazi di libertà per tutti che finiscono laddove iniziano gli spazi degli altri. Ed è proprio nella condivisione dei dati personali che si esplica la dinamica della vita sociale e quindi si delineano gli spazi di libertà e si manifesta il controllo e la manipolazione indebita. E’ purtroppo difficile trasmettere questa semplice regola di comportamento e di rispetto degli altri, che invece renderebbe la vita ed i rapporti più semplici ed eviterebbe tanti drammi e responsabilità anche di rilievo penale»
In che modo la legislazione italiana affronta la questione della diffusione non consensuale di immagini intime, e quali sono le possibili sanzioni per i trasgressori?
«Noi abbiamo un sistema di regole molto ben strutturato e volto a proteggere i soggetti vulnerabili e più deboli. Le sanzioni, sia quelle amministrative, sia quelle penali sono proporzionate e la loro attivazione non è semplice e richiede molti elementi probatori a garanzia di tutti i cittadini. Non basta essere iscritti ad un forum o partecipare ad una pagina facebook dedicata per far scattare l’illecito, è necessario integrare fattispecie come la violazione dei dati personali, la diffusione illecita di immagini, aggravata magari anche da ipotesi di accessi abusivi a cellulari o sistemi informatici in genere. Il problema però è l’effettuazione dei controlli e la capacità, da parte delle Autorità competenti – Garante per la protezione dei dati personali, Polizia Postale, in taluni casi anche l’Agenzia per la Cybersecurity ed in generale la polizia giudiziaria – di intervenire in maniera tempestiva ed incisiva. La tecnologia amplifica i margini di disponibilità dei contenuti ed anche la velocità con cui gli stessi possono essere rimossi dai trasgressori. Questo complica il lavoro degli investigatori che devono ricorrere a tecniche complesse e costose di recupero delle fonti di prova. Il numero esiguo degli organici degli addetti alle investigazioni nelle autorità competenti non aiuta la capacità di incidere da parte dei controllori»
Qual è il ruolo delle piattaforme social nella prevenzione di tali abusi, e cosa possono fare per migliorare i loro sistemi di moderazione?
«Di certo è necessario un patto sociale che schieri dalla stessa parte le Autorità, i cittadini e questi nuovi intermediari sociali, le piattaforme social, nel contrasto, prima ancora che nella lotta, alle derive criminali sui social media. Senza la collaborazione attiva e costante – e gli investimenti – dei social network non si va da nessuna parte. L’Unione Europea e l’Italia sono state all’avanguardia in questo settore: si pensi ad esempio ai recenti passi avanti compiuti nel vasto limbo dell’accertamento della maggiore età o anche dell’età minima per poter navigare in rete, la c.d. age verification. Ci sono voluti anni e decine di provvedimenti da parte di varie Autorità prima di arrivare a stilare un primo decalogo di regole condivise a livello europeo. Da sempre invece la questione del filtro automatico o della moderazione dei contenuti è trattata con estrema cautela, in quanto potrebbe essere uno strumento per limitare la libertà di espressione e creare delle piattaforme etiche. Ciò tuttavia non ha impedito la creazione di importanti corpi cuscinetto – gli esperti di c.d. content moderation – che svolgono il ruolo di moderazione e valutazione ex post di segnalazioni sulle piattaforme. Il rischio di essere segnalati e “bannati” è vissuto sui social media con un certo timore ed è su questo che si può far leva per creare delle linee di intervento educativo piuttosto rilevanti. Di recente, però, con l’avvento della nuova amministrazione americana, il tema della moderazione è diventato critico e molti social network hanno iniziato a depotenziare tali iniziative, il che di certo non prelude a nulla di buono sul fronte della prevenzione di fenomeni come il bullismo online o la violazione di dati personali e la riservatezza»
Come possono le vittime di questo tipo di violazione della privacy proteggere i loro diritti e quali passi dovrebbero seguire se desiderano denunciare?
«Polizia postale e Autorità Garante per la protezione dei dati personali sono i presidi principali a disposizione dei cittadini per far valere i propri diritti. Ci sono form online di denuncia e segnalazione, oltre a molte associazioni attive nella tutela dei diritti dei più deboli. Gli strumenti, ripeto, ci sono, ma non sempre sono efficaci e le normative, di per sé complesse ed articolate, non permettono una tutela fai da te, ma è necessario l’intervento di figure professionali specializzate, come avvocati, investigatori privati, consulenti informatici. Insomma, anche la tutela dei diritti non è a basso costo, mentre la commissione dei reati online è più facile ed immediata che in passato, quando non esistevano i social media»
Infine, quali misure culturali e educative crede siano necessarie per affrontare la diffusione della misoginia e dei comportamenti abusivi nel contesto digitale?
«Qui si apre un punto di dibattito complesso e vasto e di difficile equilibrio. Ma è qui che si può e di deve intervenire. Sono anni che il nostro Paese ha abbandonato a se stessi i propri cittadini sul fronte dell’educazione, delegando tutto alle famiglie, o come si diceva una volta “alla società”, non curando più l’educazione civica, lo stare insieme, la costruzione di dinamiche sociali rispettose dell’altro, l’educazione all’amore e al senso della famiglia. Prendete una città come Roma, dove non si rispetta, ad esempio, la precedenza dei pedoni sulle strisce pedonali. Qualcuno dirà: cosa c’entra con la violenza in rete. C’entra. E’ un altro sintomo dello stesso degrado. Del menefreghismo imperante e dell’incuria con cui le istituzioni contrastano fenomeni che all’estero – si pensi all’Inghilterra o al Giappone – sono impensabili. Si parte da questo, dal basso, dal ricucire la società nel segno del rispetto dell’altro, come ci ha insegnato il troppo spesso dimenticato Vangelo. Il degrado urbano e dell’edilizia scolastica fa da perfetta cornice a questo senso di abdicazione dello Stato che si trasferisce ed amplifica in rete, vero specchio delle nostre esistenze. La scuola latita sotto molti profili da anni, mentre la rivoluzione di Internet, prima, e dell’intelligenza artificiale, poi, ha preso di sorpresa tutti, famiglie, scuola, luoghi di lavoro. Eppure sarebbe semplice adottare misure prudenziali di buon senso, come evitare la condivisione di dati sensibili in rete, incluse le foto di nudo. Ma adesso anche l’intelligenza artificiale su siti popolari come Instagram ammicca ad una sessualità facile, artificiale e bisognosa di dati personali. Occorre attenzione e si deve partire dal basso con la ripresa dell’educazione civica che si estenda anche al digitale, come dice spesso e bene Agostino Ghiglia, autorevole componente dell’Autorità Garante per la protezione dei dati personali. Per gli esperti di comunicazione, media e per i giuristi, invece occorrerebbe che tutti leggessimo gli scritti di Stefano Rodotà: da li parte la comprensione dei meccanismi del web, le opportunità della rete ed i rischi di controllo e manipolazione delle menti, premessa per la commissione di vecchi e nuovi reati, vera emergenza dei nostri giorni»
Elisa Garfagna
giornalista
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