Centodieci donne uccise nel 2024, un dato drammatico che fa dell’anno appena conclusosi uno dei peggiori in fatto di femminicidio, un crimine dalla forte connotazione socio-culturale e talvolta commesso a causa di problematiche psicologiche, che, e’ bene chiarire, non sempre sono il corrispettivo dell’incapacità di intendere e di volere. Una donna uccisa ogni tre giorni a cui spesso si accompagna il suicidio del suo carnefice. Un binomio apparentemente anomalo, ma frequente, che causa la fine tragica di due vite (sempre che non ne vengano coinvolte delle altre) che rappresenta un fenomeno molto complesso e che, oltre a suscitare diverse domande, accende l’interesse rispetto alle sue dinamiche psicologiche, criminologiche e socioculturali. Il Procuratore Capo di Tivoli, Francesco Menditto, chiosa “Le situazioni che possono causare il femminicidio sono fondamentalmente di due tipi, da una parte abbiamo uomini, soprattutto anziani, che non sono in grado di prendersi cura delle loro compagne, non piu’ autonome o gravemente malate, e decidono cosi’ di mettere fine alle loro vite (senza che sia stato mai loro chiesto dalle vittime) consumando un omicidio-suicidio con la profonda consapevolezza e inadeguatezza di non essere in grado di vivere senza chi gli e’ stato vicino per tutta la vita e si è preso cura di lui. Abbiamo poi un’altra categoria di uomini che, intrappolati in una cultura e in un sistema sociale che li vuole i detentori del controllo sulle proprie mogli e compagne, non sono avvezzi all’ emancipazione femminile e alla possibilità che queste ultime facciano scelte in autonomia, esercitando, in sostanza, un presunto ‘diritto di proprieta’. Quando tutto questo viene meno e mortifica il ruolo di dominatore, ecco che la vendetta si scatena (talvolta ammazzando anche i figli) mentre il passo successivo e’ rappresentato dal suicidio che estingue definitivamente la questione: meglio la propria morte che la perdita della proprieta’ e il sostenere all’esterno la loro inadeguatezza”
Il cosiddetto “omicidio del possesso” normalmente vede come vittima principale la donna e la scena del crimine e’ quasi sempre la casa, un rifugio che si trasforma in un inferno. Il femminicida e’ disposto il piu’ delle volte a distruggere tutto per non rinunciare al suo “oggetto”, la perdita di controllo e’ piu’ dolorosa del pensiero della propria morte; la frustrazione e la vergogna sociale, soprattutto in certe aree geografiche, rappresentano un’onta troppo forte da sopportare. Ovviamente anche il carcere a vita fa paura e cosi’ per sfuggire ad una esistenza insopportabile si preferisce mettere fine alla propria vita confidando, possibilmente, anche ad una assoluzione morale.
“ Se non sei mia non puoi essere di nessuno” e’ il pensiero che ossessiona la mente di questi rei, vittime di “modelli tossici di mascolinità”, che non supportano, anzi puniscono, l’uomo che mostra la propria fragilità, appresi, con molta probabilità in contesti familiari e sociali dove il modello comportamentale di riferimento e’ sempre stato quello della violenza e della prevaricazione.
Oltre al piano su cui sta lavorando il Governo che coinvolge i temi dell’informazione, della prevenzione e della sicurezza di pene piu’ aspre, “E’ necessario intraprendere un percorso culturale propedeutico che riveda e reimposti la relazione uomo–donna che risente ancora di retaggi obsoleti e figli di un patrimonio culturale antiquato. Questo cammino deve cominciare in famiglia e a scuola e deve educare le nuove generazioni; allo stesso tempo bisogna insegnare agli uomini a prendersi cura di chi gli sta vicino, attivita’ sino ad ora espletata unicamente dalle donne, anche qui, sulla base di regole culturali e sociali che si sono tramandate negli anni” spiega il Procuratore Menditto.
Maria La Barbera
giornalista






