NOVEMBRE 2025
Dopo decenni di convivenza forzata, più simile a un matrimonio combinato che a una storia d’amore, la magistratura italiana sembra essere arrivata finalmente al grande passo: giudici e pubblici ministeri andranno ognuno per la sua strada. Non si separano per gelosie o tradimenti, ma perché certi legami, quando diventano troppo stretti, rischiano di soffocare tutti. Il Parlamento ha terminato il proprio iter e ora la parola sta per passare al giudice più inflessibile del Paese: i cittadini.
E come sempre, quando l’Italia si mette a votare sulla giustizia, l’aria sa di resa dei conti. Chi ha varcato almeno una volta la porta di un tribunale sa quanto possa essere alieno quel mondo: formule liturgiche, fascicoli che si riproducono per partenogenesi e una lingua che farebbe impallidire anche gli iniziati delle sette misteriche. Esci dall’aula e non sei più una persona: sei un numero di ruolo con scadenza variabile. Non sorprende che molti cittadini guardino alla riforma come si guarda al tecnico che arriva a mettere ordine in un quadro elettrico che scintilla da anni. Separare le carriere, se non altro, introduce quel minimo di razionalità in un ordinamento che sembra vivere per conto suo, come un condominio dove tutti litigano sul colore del portone ma nessuno paga le spese. La novità è semplice: l’articolo 104 della Costituzione cambia volto e arrivano due Consigli Superiori, uno per i giudici e uno per i PM. Carriere autonome, concorsi diversi, percorsi distinti. L’idea della “magistratura unitaria”, nata con la Repubblica e gelosamente difesa come una reliquia, lascia il posto a un modello più coerente con il processo accusatorio che già da decenni usiamo nei tribunali. Non è iconoclastia: è igiene istituzionale. Giudice indipendente, PM autonomo, fine della convivenza forzata. Addio cene di famiglia al CSM.
L’aspetto più ironico è che una riforma tutta tecnica finisce per toccare la questione più sentimentale del sistema: la fiducia. Quella che manca, nonostante la professionalità di tanti magistrati, perché il cittadino non riesce a capire come chi accusa e chi giudica possano appartenere allo stesso grembo. È come se l’arbitro e una delle squadre condividessero lo spogliatoio: magari nessuno fa imbrogli, ma l’impressione rimane. Dare ruoli distinti e riconoscibili non è un vezzo formale, è un dovere. La giustizia non deve soltanto essere imparziale: deve anche sembrare tale, soprattutto in un’epoca in cui la percezione pesa quanto la realtà. I critici annunciano catastrofi come se stessimo per assistere all’Armageddon giudiziario: pubblici ministeri ridotti a burattini della politica, processi manipolati come trame da soap opera, complotti degni dei peggiori thriller di serie B. Una sceneggiatura che fa sorridere, se non fosse che alcuni sembrano davvero crederci. La realtà è ostinatamente diversa: l’autonomia dei PM non è negoziabile, l’obbligatorietà dell’azione penale non è un optional, e la separazione dei poteri non ha mai consegnato nessuno al Governo.
Quello che cambia non è la sostanza dei poteri, ma la cultura che li guida. Finalmente il PM smette di fare la comparsa dietro il giudice, di esistere solo come “fratello minore” relegato a osservatore. Diventa parte attiva del processo, protagonista con voce e responsabilità proprie, e questo fa paura a chi non ha mai capito la differenza tra autonomia e anarchia, tra indipendenza e disobbedienza. La novità non è legislativa, è mentale: il PM che pensa, agisce e decide nel processo non è un pericolo, è la logica conseguenza di uno Stato di diritto maturo. Chi predice catastrofi si illude di preservare privilegi o certezze superate. Chi sa leggere la realtà, invece, riconosce che il cambiamento non schiaccia nessuno: libera tutti, e soprattutto libera la giustizia dal ruolo di eterna comparsa. La verità è che questa riforma non inventa nulla: mette ordine in un’architettura rimasta bloccata al dopoguerra. Il Codice Vassalli del 1988 aveva già introdotto il processo accusatorio; era la Costituzione ad essere rimasta indietro, come un software che non riceve aggiornamenti da troppo tempo. Ora, finalmente, si installa la patch.
Ovviamente il referendum scatenerà il solito melodramma nazionale: c’è chi griderà “attentato alla democrazia!”, chi inneggerà ad una rinascita liberale da manuale, chi invocherà la resistenza delle toghe come se fossimo in un videogioco strategico. I cittadini, però, sbufferanno, scrollandosi di dosso l’ennesimo show da salotto. A loro interessa una sola cosa, semplice e rivoluzionaria nella sua banalità: che il processo sia chiaro, comprensibile, leggibile senza manuali, dizionari giuridici o traduttori simultanei. Vogliono sapere cosa succede davvero, senza sentirsi intrappolati nei labirinti segreti delle stanze del potere, dove le regole sembrano scritte da un comitato di enigmistica arcana e nessuno spiega nulla.
Forse, sotto la scorza caustica dell’opinione pubblica, c’è un pizzico di saggezza: separare non significa dichiarare guerra, ma smettere di vivere nella confusione. E, come insegna il buon senso, quello che in Italia di solito entra in scena solo all’ultimo atto, distinguere i ruoli può rendere la macchina più trasparente. O almeno meno sospetta.
La campagna referendaria è già entrata nel vivo: talk show incandescenti, manifesti minacciosi, editoriali che gridano scandalo. Ma al centro di tutto c’è una domanda semplice, eppure trascurata: vogliamo una giustizia che parli ai cittadini o un linguaggio ermetico riservato ai pochi iniziati? Troppe volte il processo sembra un teatro per addetti ai lavori, fatto di formule e codici che il cittadino comune fatica a capire. Se questo “divorzio” riuscirà davvero a chiarire le regole del gioco, allora, forse per una volta, ci sarà qualcosa da celebrare. Non fuochi d’artificio, non cori da stadio, ma qualcosa di infinitamente più raro: cittadini che si voltano verso lo Stato e, incredibilmente, si fidano. Fiducia, non paura; chiarezza, non rumore; partecipazione, non incomprensione. Se anche solo questo riusciremo a ottenere, il referendum avrà avuto un senso.
Mariangela Di Biase
avvocato






