LEGGE CARTABIA

Esattamente un anno fa, l’11 marzo 2024, il Consiglio dei ministri ha approvato le Disposizioni integrative e correttive al decreto legislativo n. 150 del 10 ottobre 2022, che attua la legge n. 134 del 27 settembre 2021. La riforma si inserisce nel quadro di un ampio intervento volto a migliorare l’efficienza del processo penale e a promuovere la giustizia riparativa. Con l’intento di ridurre del 25% la durata media del processo penale entro il 2026, questa modifica ha suscitato numerosi dibattiti, in particolare riguardo agli equilibri tra efficienza, giustizia sostanziale e diritti degli imputati. Il decreto si compone di undici articoli e apporta modifiche sostanziali al codice penale e al codice di procedura penale. Tra i principali ambiti di intervento, spiccano la semplificazione delle procedure e la digitalizzazione del processo penale. La riforma risponde a un’esigenza di snellire il sistema giuridico, ridurre i tempi di trattamento dei procedimenti e favorire la rapida definizione dei casi.
Uno degli interventi più significativi riguarda la procedibilità a querela. In molti casi, per reati contro la persona e contro il patrimonio, la procedibilità non è più d’ufficio, ma dipende dalla volontà della vittima di presentare querela. Questo cambiamento ha lo scopo di ridurre il carico di lavoro per il sistema giudiziario, lasciando più spazio alla volontà delle vittime e semplificando la gestione di reati meno gravi. Un altro tema centrale è la digitalizzazione del processo penale, con l’introduzione obbligatoria del processo telematico. L’uso di strumenti digitali per indagini, atti e udienze a distanza rappresenta una misura fondamentale per semplificare e accelerare i procedimenti, riducendo il ricorso agli spostamenti fisici e abbattendo i tempi di attesa. La spinta verso una giustizia più veloce e semplificata non è priva di rischi. Un interrogativo centrale è se la ricerca dell’efficienza non sfoci in un “efficientismo” che comprometta la qualità della giustizia. L’obiettivo di ridurre i tempi di trattazione è senza dubbio importante, ma non può prevalere sulla garanzia del giusto processo e sulla tutela dei diritti degli imputati.
La riduzione dei tempi, seppur auspicabile, potrebbe avere effetti negativi sulla qualità del processo, in particolare se non accompagnata da un equilibrio tra velocità e giustizia sostanziale. Un processo troppo accelerato potrebbe comportare decisioni affrettate e compromettere la capacità di difesa degli imputati, riducendo le possibilità di impugnazione e di accesso alla giustizia per chi ha diritto a un esito equo.
Pur essendo un passo importante verso l’adeguamento agli impegni europei e al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), le modifiche normative non sono esenti da problematiche. La semplificazione delle procedure non basta se non è accompagnata da un controllo di qualità sugli esiti dei processi. La giustizia rapida rischia di compromettere la qualità dell’esito finale, in particolare per quanto riguarda i diritti degli imputati, e di minare i principi di equità e di giustizia sostanziale.
Le difficoltà derivanti da un processo sempre più digitalizzato e accelerato riguardano anche gli oneri aggiuntivi per la difesa. L’introduzione di sanzioni per inadempimenti procedurali, che colpiscono in gran parte le parti difensive, solleva preoccupazioni sul rischio che le difese siano costrette a operare in un contesto sempre più rigido e accelerato, con minori possibilità di intervenire adeguatamente nel processo.
Le modifiche introdotte dal decreto n. 150/2022 non sono una soluzione definitiva, ma piuttosto un tentativo di rispondere a una situazione di inefficienza cronica del sistema giuridico. Sebbene ci siano stati miglioramenti nei tempi di giustizia, la strada per ottenere una reale efficienza del sistema giuridico italiano resta lunga e irta di ostacoli. La sfida, infatti, non è solo quella di ridurre i tempi di processo, ma anche quella di garantire un processo equo e di qualità, in grado di tutelare adeguatamente i diritti di tutte le parti coinvolte.
Il timore che una giustizia troppo veloce possa comportare ingiustizie è presente. Le misure per accelerare il procedimento potrebbero risultare insufficienti se non sono accompagnate da una solida protezione dei diritti degli imputati e da un’efficace garanzia del giusto processo. Le barriere per le impugnazioni, seppur mirate a ridurre i rinvii, rischiano di ridurre il grado di difesa, limitando le possibilità di revisione delle decisioni.
La riforma della giustizia penale, pur avendo portato a una semplificazione delle procedure e a una riduzione dei tempi, non è ancora in grado di garantire una giustizia totalmente equa ed accessibile a tutti. La riduzione dei tempi non può essere un fine in sé, ma deve essere accompagnata da una riflessione sulla qualità dell’esito dei processi e sul rispetto dei diritti fondamentali. La vera sfida della giustizia italiana, infatti, è quella di trovare un equilibrio tra la necessità di velocizzare i procedimenti e il bisogno di garantire una giustizia sostanziale, che tuteli i diritti di tutti i cittadini, senza cadere nella trappola di un’efficienza superficiale.

Riccardo Renzi
funzionario pubblico

 


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