Ogni sentenza si apre con una formula solenne, pronunciata con voce ferma come in un rito laico: «In nome del popolo italiano». Parole che echeggiano nelle aule di giustizia come un richiamo alla sovranità collettiva, a ricordare che il giudice non parla mai per sé, ma per la comunità intera. Lo impone l’articolo 101, secondo comma, della Costituzione: «La giustizia è amministrata in nome del popolo». È una frase semplice, limpida, quasi autoevidente. Eppure, come accade spesso nel diritto e nella vita, dietro la semplicità si cela una complessità profonda. Sorge allora una domanda inevitabile: questo popolo, nel cui nome si amministra la giustizia, dov’è? Ne è davvero partecipe, o rimane spettatore distratto di un linguaggio che non gli appartiene? Il diritto, con la sua grammatica arcana, rischia di farsi lingua morta, e i tribunali, templi di un culto che ha smarrito i suoi fedeli.
L’intento dei Costituenti era invece chiarissimo: ancorare la funzione giudiziaria alla sovranità popolare. L’articolo 1 della Costituzione afferma che «la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». La giustizia, dunque, avrebbe dovuto esserne la massima espressione. Ma tra la teoria costituzionale e la realtà quotidiana si è aperta una distanza quasi incolmabile. La giustizia appare ai più un universo autonomo, il più delle volte autoreferenziale, e per chi è parte di esso, a tratti, quasi oscuro.La fiducia nella giustizia è fragile. Gli italiani credono nel principio, ma diffidano del sistema. Lo percepiscono lento, diseguale, complicato. Non mancano magistrati di grande valore, ma l’apparato nel suo insieme appare più come una burocrazia che come un servizio reso al popolo. E allora quella formula, “in nome del popolo italiano”, finisce per suonare come un richiamo ad un ideale dimenticato, sepolto sotto faldoni, rinvii e sentenze troppo lunghe per essere lette davvero. Ma dietro quelle parole, c’è un innegabile valore simbolico che non può andare smarrito: c’è la consapevolezza che la giustizia non è appannaggio del magistrato, non lo è del governo, né di un potere separato. La giustizia appartiene al popolo e il magistrato ne è solo il custode: a valere quale monito all’indipendenza ma ancor più alla responsabilità che ne deriva. È come se la Costituzione volesse dire: “Ricorda Giudice: ogni tua parola pesa per un’intera comunità che ti ha affidato la sua fiducia”. Un messaggio potente, se solo fossimo ancora capaci di ascoltarlo.
Verrebbe quasi da dire che oggi la giustizia è amministrata “alla presenza” del popolo, ma non “per” il popolo. Eppure, quella formula resta una delle più alte “invenzioni” del nostro ordinamento perché custodisce un auspicio: che la giustizia resti cosa pubblica, non privilegio di pochi. È una dichiarazione d’amore alla democrazia, un promemoria che il diritto è, prima di tutto, un patto di fiducia tra cittadini. “In nome del popolo italiano”: non sono semplici parole pronunciate da un giudice, ma le parole di un Paese intero, che ancora spera, ostinatamente, che la giustizia possa essere davvero la voce di tutti anche quando sembra scritta in un’altra lingua. E forse, in questo tempo di scelte decisive e di rinnovata consapevolezza civile, quella formula solenne dovrebbe risuonare con ancora più forza, come un appello alla coscienza di ciascuno e la separazione delle carriere, appena approvata in Senato e ora affidata al voto del popolo italiano, non è un gesto tecnico né una manovra politica: è una riforma di principio, un passo di chiarezza nella costruzione di una giustizia davvero al servizio dei cittadini. Dire sì alla riforma significa riaffermare la distinzione tra chi giudica e chi accusa, tra chi deve garantire l’imparzialità e chi è chiamato a sostenere l’azione penale con determinazione e autonomia. Non si tratta di dividere per indebolire, ma di distinguere per rafforzare. È un modo per proteggere entrambe le funzioni, quella del giudice e quella del pubblico ministero, da qualsiasi ombra di parzialità, da ogni sospetto di contiguità o di appartenenza a un medesimo corpo.
Il sì alla riforma è un atto di fiducia nella Costituzione e nei cittadini, che diventano protagonisti di una scelta destinata a segnare un nuovo equilibrio tra i poteri dello Stato. È la volontà di affermare una giustizia trasparente, responsabile, comprensibile, capace di avvicinarsi al sentire comune senza mai tradire il rigore del diritto. È una riforma che guarda avanti, che non nega la storia ma la rinnova, restituendo alle istituzioni quella limpidezza di ruolo che è condizione essenziale della libertà. A prescindere dalla forma definitiva che assumerà questa riforma, un principio deve restare intatto e superiore a ogni disputa: che ogni atto di giustizia, in ogni aula e in ogni tempo, continui a compiersi in nome del popolo italiano, e mai in nome di un potere, di una corporazione o di una convenienza politica. Solo così la giustizia potrà dirsi davvero libera, e dunque, finalmente, credibile.
Mariangela Di Biase
avvocato






