MARZO 2026
Il diniego della grazia da parte della FIGC nel caso Pierre Kalulu conferma una linea prudente, ma apre una domanda più ampia: nel calcio di oggi c’è spazio per una valutazione di equità accanto alle regole? Il “no” alla grazia federale arrivato per Kalulu è una decisione coerente con l’impostazione seguita finora dal Presidente Gabriele Gravina. Negli ultimi anni, infatti, questo strumento è stato utilizzato con estrema cautela e solo in situazioni davvero fuori dall’ordinario, quando cioè erano intervenuti fatti nuovi rispetto al processo sportivo oppure quando entravano in gioco valori di carattere generale capaci di andare oltre il singolo episodio disciplinare. È una scelta che ha una sua logica precisa. Evita che la grazia diventi una scorciatoia per aggirare le decisioni degli organi di giustizia sportiva, tutela la certezza delle sanzioni e protegge il sistema delle impugnazioni, che altrimenti rischierebbe di essere svuotato. In altre parole, rafforza la stabilità dell’ordinamento.
Eppure, il caso Kalulu ha riportato al centro una questione che va oltre la singola giornata di squalifica. La grazia, per come è stata concepita, non è un nuovo grado di giudizio e non serve a stabilire se un arbitro o un giudice sportivo abbiano avuto ragione o torto. Il suo terreno è un altro: quello dell’equità. Interviene quando il percorso della giustizia si è esaurito e consente di chiedersi non più se la decisione sia formalmente corretta, ma se il suo effetto finale sia davvero proporzionato al caso concreto. Nel caso specifico non vi sono stati errori procedurali né fatti nuovi sopravvenuti. Ed è proprio questo il motivo per cui la richiesta è stata respinta. Ma fermarsi a questo dato significa anche accettare l’idea che l’equità non possa mai trovare spazio quando il sistema ha funzionato perfettamente dal punto di vista formale, anche se il risultato appare rigido rispetto alla dinamica reale dell’episodio.
Il timore che una decisione diversa potesse aprire la strada a una moltiplicazione delle richieste è comprensibile. Se la grazia diventasse uno strumento utilizzabile per ogni squalifica discussa, il Presidente federale si troverebbe esposto a pressioni continue e si creerebbe, di fatto, un ulteriore livello di giudizio. È un rischio reale, che spiega la prudenza della Federazione. Ma ogni ordinamento maturo prevede uno spazio – limitato e ben definito – in cui la regola può essere affiancata da una valutazione di equità senza per questo perdere credibilità. In questo senso il confronto con ciò che avviene nell’ordinamento statale è illuminante. Anche lì la grazia non cancella la sentenza e non mette in discussione il lavoro dei giudici: interviene solo sugli effetti della pena quando la sua esecuzione non appare più in linea con un’esigenza di giustizia sostanziale. Non è una correzione della decisione, ma il completamento del sistema. Trasportato nel contesto sportivo, questo ragionamento porterebbe a vedere la grazia federale non come un’interferenza, ma come una valvola capace di evitare che la rigidità della norma produca, in casi davvero particolari, effetti percepiti come sproporzionati. Il punto, allora, non è stabilire se nel caso Kalulu la grazia dovesse essere concessa oppure no. La scelta fatta dalla FIGC è coerente con la linea seguita finora ed è istituzionalmente solida. La vera questione è un’altra e riguarda il futuro dell’istituto: la grazia deve restare uno strumento confinato a situazioni eccezionali e quasi irripetibili oppure può diventare, con criteri rigorosi, una risposta a quelle rare circostanze in cui l’applicazione perfetta della regola rischia di allontanarsi dal senso di giustizia percepito? In fondo non si parla solo di una giornata di squalifica. Si parla dell’idea di giustizia che il calcio italiano vuole trasmettere: un sistema che si affida esclusivamente alla rigidità delle decisioni oppure un ordinamento capace, in casi davvero particolari, di affiancare alla certezza del diritto anche una valutazione di equità. La grazia federale deve restare soltanto un atto simbolico o può diventare uno strumento vivo per rendere il sistema più giusto senza renderlo più debole?
Michele La Francesca
avvocato






