SETTEMBRE 2025
La figura di Karim Khan, procuratore capo della Corte penale internazionale (CPI), continua a dividere e a far discutere. L’avvocato britannico, salito alla ribalta globale nel maggio 2024 per aver chiesto un mandato di arresto contro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant, si trova ora a difendersi non in aula ma sulla propria credibilità personale e professionale. Due indagini parallele ne minacciano la carriera e, di riflesso, la stessa reputazione della Corte con sede all’Aia. Secondo quanto rivelato dal Mail on Sunday, l’Independent Oversight Mechanism (IOM), organo interno della CPI incaricato di monitorare la condotta dei suoi funzionari, ha avviato un’inchiesta per presunte irregolarità di Khan in un processo cruciale. Si tratta del caso contro Maxime Mokom, ex capo della milizia Anti-Balaka della Repubblica Centrafricana, accusato di atrocità gravissime: omicidio, stupri di massa, torture, persecuzioni ed esecuzioni sommarie.
Mokom, arrestato nel 2022 e trasferito a L’Aia, aveva visto le accuse confermate nel gennaio 2023. Poi, in ottobre, la svolta inattesa: Khan ritirò l’intero impianto accusatorio, sostenendo che le prove raccolte non erano sufficienti a garantire un processo equo. Una decisione che sorprese molti giuristi della Corte e lasciò sgomente le vittime del conflitto centrafricano. Oggi, a distanza di un anno, emergono retroscena inquietanti. Fonti interne sostengono che Khan avrebbe discusso ripetutamente delle prove con uno dei giudici incaricati, Rosario Aitala, in incontri privati e senza informare gli altri membri del collegio giudicante. «Si trattava di colloqui vietati», ha dichiarato una fonte citata dal giornale britannico. «E dopo quelle conversazioni, Khan ha improvvisamente ritirato le accuse, ignorando i pareri contrari di molti avvocati».Gli avvocati del procuratore parlano invece di accuse «prive di fondamento», ribadendo che la scelta di archiviare il caso Mokom fu esclusivamente motivata dalla mancanza di prove solide. Ma nell’Aia il sospetto resta: se confermate, quelle conversazioni potrebbero costituire una violazione gravissima dell’imparzialità della Corte, minandone l’integrità stessa.
Le accuse di molestie sessuali
Non si tratta dell’unico fronte aperto. Già nel 2023, una funzionaria della CPI aveva accusato Khan di averla costretta a rapporti non consensuali nel corso di missioni ufficiali in varie capitali del mondo. Denuncia che il procuratore ha sempre respinto, parlando di «accuse infondate». Sei mesi più tardi un organo di vigilanza delle Nazioni Unite ha aperto un’inchiesta indipendente, che starebbe valutando episodi avvenuti in un arco di undici mesi durante viaggi a New York, Bogotá, N’Djamena e Parigi.
Lo scorso mese una seconda donna si è fatta avanti, raccontando al Guardian di essere stata vittima di un «assedio costante» fatto di avances, pressioni psicologiche e richieste esplicite di rapporti sessuali. Anche in questo caso Khan ha negato ogni coinvolgimento, dichiarando tramite i suoi legali che «non ha mai commesso alcuna forma di cattiva condotta sessuale».La tempistica delle inchieste non è passata inosservata. Khan annunciò la richiesta di mandato di arresto per Netanyahu e Gallant nel maggio 2024, appena due settimane dopo la prima denuncia per molestie. Una coincidenza che, secondo i suoi difensori, dimostra l’esistenza di pressioni politiche per screditare il procuratore. «C’è chi vuole distruggerne la reputazione personale per interferire con il processo legale contro Israele», hanno dichiarato i suoi legali. La decisione di colpire Netanyahu, nel pieno della guerra a Gaza, aveva scatenato reazioni furiose a Gerusalemme e a Washington, dove non sono pochi i politici che da tempo accusano la CPI di parzialità. Ora, con Khan sotto attacco, i governi critici verso la Corte trovano nuovi argomenti per contestarne l’autorevolezza. Come se non bastasse, il mese scorso la Camera d’Appello della CPI ha ordinato a Khan di astenersi dall’indagine sul Venezuela, che riguarda crimini commessi dal regime di Nicolás Maduro. Motivo: una delle avvocate della difesa di Caracas è sua cognata. Una situazione che ha sollevato dubbi su conflitti d’interesse e che ha ulteriormente appannato la sua immagine di magistrato super partes. Le accuse contro Khan non colpiscono solo il singolo procuratore, ma rischiano di compromettere la legittimità stessa della Corte penale internazionale, già fragile agli occhi di molti Stati che ne contestano giurisdizione e imparzialità. «Questa vicenda è persino più pericolosa delle accuse di molestie sessuali», ha commentato un funzionario dell’Aia. «Qui è in gioco la credibilità delle indagini e la fiducia delle vittime nei processi della Corte». La CPI, interpellata ufficialmente, ha preferito non commentare, ricordando che le inchieste sono indipendenti e sotto la responsabilità dell’Assemblea degli Stati Parte. Ma il danno reputazionale è già evidente: per i critici, Khan è un procuratore screditato; per i suoi sostenitori, è un bersaglio politico, punito per aver osato sfidare Israele e altre potenze. Quel che è certo è che il futuro del magistrato britannico, e forse della stessa Corte, appare sempre più incerto.
Stefano Piazza
vicedirettore Ius101.it






