DICEMBRE 2025
In Francia non si usa quasi mai la parola mafia. Eppure la mafia c’è, e di mafia si muore, pure e soprattutto in Corsica e a Marsiglia: realtà dove si assiste a conflitti da numerosi anni e oggi alla ribalta anche grazie alla società civile, che inizia a dire la sua e a scendere in piazza contro la mafia.In Corsica, nel 2019, un militante indipendentista, Massimu Susini, viene barbaramente ucciso perché si opponeva al traffico e allo spaccio di droga all’interno del suo stabilimento balneare, chiamato 1768, un anno importante per la storia indipendentista. Negli ultimi anni nell’isola sono nati due collettivi antimafia, di cui uno dedicato a lui, che collaborano e stanno organizzando numerose iniziative in un contesto difficilissimo. A Marsiglia è stato ucciso, nel novembre scorso, Mehdi Kessaci, fratello dell’attivista Amine Kessaci, leader dei Verdi francesi, costretto a vivere con la scorta. Mehdi vedeva il suo futuro nelle forze di polizia. Dopo questo omicidio efferato, migliaia di persone sono scese in piazza contro la mafia, in asse con i collettivi corsi. La situazione marsigliese l’ho trattata più volte, facendo il primo focus di cui al link: https://www.omcom.org/2024/09/focus-omcom-su-marsiglia-2024.html e intervenendo su Ius101: https://ius101.it/giustizia/marsiglia-criminalita-mafia/. Nonostante l’impegno dei movimenti, in Francia siamo ancora indietro nella lotta e si rischia di cadere in alcuni luoghi comuni.
In Italia, sin dai suoi albori – quindi già dal XIX secolo – per non essere perseguiti dalla legge, i mafiosi hanno contribuito attivamente ad argomentare che la mafia non esiste, una sorta di teoria negazionista estrema, utile a favorire la sottovalutazione del fenomeno: la parola mafia non può nemmeno essere pronunciata, e per chi osa sono guai. Ne hanno fatto le spese i giornalisti, i sindacalisti e tutti quei lavoratori che hanno denunciato. Fino al maxi-processo del 1986, istruito da Caponnetto e dal suo pool e terminato nel 1992 con oltre 400 condanne definitive, il luogo comune della mafia che “non esiste” era diffuso in tutta Italia. Verrà poi promosso e rimosso quando inizierà ad avvicinarsi ai borghesi mafiosi del tempo. All’estero, un simile luogo comune è ancora oggi ben presente, così come la totale sottovalutazione del fenomeno. In Francia siamo al paradosso che la mafia, per la classe socio-politica, è come se non esistesse; ma per i criminali moderni esiste eccome, tant’è che il gruppo più potente si chiama DZ Mafia ed è fiero di usare tale nome.
“Non si deve parlare di mafia perché si rovina la reputazione di un territorio.”
Diffusissimo in tutto il nostro Paese – in particolare nel Nord Italia – oltre che nel resto d’Europa, anche questo luogo comune è condiviso da cittadini e forze politiche, spesso (seppur non sempre) in mala fede. In Francia si pensa ancora che sia soprattutto un problema italiano, anche se per fortuna i tempi stanno cambiando e si assiste a un cambiamento culturale che passa attraverso alcune figure di autori di libri. Il primo in Francia a pubblicare opere che in qualche modo hanno toccato il tema è stato Georges Nguyen Van Loc, commissario marsigliese, amico di Giovanni Falcone e creatore delle teste di cuoio francesi della polizia. Divenuto attore dopo la pensione, è famoso anche per la sua serie televisiva poliziesca. Un altro autore degno di nota è Jean-François Gayraud, autore di numerosi testi nonché analista del fenomeno mafioso di notevole caratura, come si evince dal suo libro tradotto in Italia, Divorati dalla mafia. Più recentemente si è occupato della DZ Mafia il giornalista Jean-Michel Verne, che ha scritto Inside DZ Mafia, spiegando in modo mirabile il fenomeno. In questo momento storico, in cui la società francese si sta risvegliando e può, volendo, trovare nei suddetti libri un aiuto analitico, occorre – a mio modesto parere – che chi è più avanti nelle analisi e nella lotta affianchi e non lasci sola l’antimafia sociale francese. Per questo è mia intenzione, al prossimo vertice antimafia di Firenze che si terrà il 13 dicembre in Piazza Santo Spirito presso la Basilica, cercare le risorse necessarie per proporre ed effettuare nel 2026 un vertice antimafia nel Sud della Francia, contattando oltre ai principali esperti anche i movimenti e i collettivi antimafia francesi. Una lezione che viene dall’Italia e dal giudice Caponnetto è infatti quella del “non girarsi mai dall’altra parte”, e così faremo.
Salvatore Calleri
presidente Fondazione Antoniono Caponnetto






