In una tranquilla cittadina inglese, la vita di un tredicenne viene sconvolta da un’accusa terribile. Jamie Miller viene arrestato all’alba, portato via dalla polizia sotto lo sguardo incredulo della sua famiglia. L’accusa è spaventosa: l’omicidio di una sua coetanea. Il padre Eddie (interpretato da Stephen Graham, anche regista della serie insieme a Philip Barantini), la madre Manda e la sorella maggiore Lisa osservano impotenti e traumatizzati, mentre la loro quotidianità viene lacerata da un evento che non riescono a comprendere. Jamie è un ragazzo qualunque, un adolescente molto silenzioso, con un carattere particolare, che passa le sue giornate tra la solitudine della sua stanza e qualche uscita serale con gli amici. Nessuno avrebbe mai sospettato di lui. Tantomeno i suoi genitori.
«Adolescence», la nuova miniserie Netflix girata nello Yorkshire, si sviluppa in quattro episodi intensi e cupi, dolorosissimi, che esplorano con pochi fronzoli il fragile equilibrio dell’età evolutiva. Fin dalle prime scene, emerge chiaro il quadro familiare dove l’incapacità degli adulti di offrire un punto di riferimento stabile ai propri figli fa da padrona. I genitori, spesso prigionieri delle proprie incertezze, oscillano tra l’indifferenza e la paura, incapaci di decifrare i numerosi segnali che i ragazzi lasciano lungo il cammino. La distanza emotiva tra le generazioni diventa un abisso che si allarga giorno dopo giorno, alimentato da incomprensioni e parole non dette. Il dialogo intergenerazionale viene riempito da schermi di telefoni sempre accesi, di giorno e di notte. In questo vuoto relazionale, i social media si insinuano con forza, trasformandosi in una gabbia che si restringe sempre di più. Per Jamie e i suoi coetanei, il mondo virtuale non è solo una via di fuga, ma una costante ricerca di validazione esterna. Un “like”, un commento, un momento di attenzione diventano moneta di scambio per l’accettazione sociale, spesso con conseguenze imprevedibili. Un unico commento sui social può diventare il movente per un efferato omicidio. E’ questo che, ad un certo punto si insinua con stupore, nella mente dello spettatore.
Ma questa miniserie non parla della tragedia di Jamie.Il trauma di cui ci parla è quello di una generazione che si sente sola, inascoltata, lasciata a navigare nel mare incerto dell’adolescenza e di internet senza una bussola. La distanza tra genitori e figli si traduce in un silenzio assordante, in dialoghi interrotti prima ancora di iniziare. Le giustificazioni degli adulti – il lavoro, le preoccupazioni quotidiane, la fatica di comprendere un mondo che cambia troppo velocemente – diventano muri invalicabili da entrambe le parti che separano chi dovrebbe proteggere da chi ha più bisogno di essere protetto. I ruoli dei genitori e dei figli si assottigliano fino a scomparire. Alcune scene racchiudono una potenza simbolica incredibile. Il padre che depone dei fiori sul luogo del delitto sembra toccare, finalmente con mano la realtà di ciò che è accaduto. È un gesto silenzioso, ma carico di significato: un’ombra di consapevolezza che sfiora il senso di colpa. Emblematico è anche l’episodio di vandalismo al furgone della famiglia ed il dialogo tra i genitori di Jamie, dopo l’accaduto. La frase «Non abbiamo sbagliato niente» viene ripetuta due volte, come a volersi convincere l’un l’altra. La successiva reazione del padre – il tentativo disperato di cancellare la vernice con acqua e sapone – diventa una metafora dell’incapacità di affrontare il dolore alla radice e di guardarlo in faccia. Lavare via il segno esterno non cancellerà mai la ferita interiore di un genitore impotente.
«Non possiamo controllarli tutto il tempo». Questa frase, pronunciata con un misto di resa e impotenza, sintetizza il dilemma di ogni genitore. Proteggere i propri figli senza soffocarli, guidarli senza imporre, comprenderli senza giudicare. Il confine è labile: il disinteresse, la mancata presenza, il credere che un figlio possa crescere da solo senza un sostegno costante possono generare vuoti interiori difficili da colmare. Anche il coinvolgimento della psicologa che entra in contatto con il protagonista, alla fine si trasforma in un ulteriore specchio della sofferenza collettiva. Il suo pianto, l’attacco d’asma finale, sono il segno di un peso emotivo troppo grande da sostenere, lei adulta e professionista che soccombe al dolore di un tredicenne. «Adolescence» è molto più di una storia su un crimine. È il ritratto spietato e profondamente umano di un mondo in cui gli adulti spesso si rivelano fragili quanto i loro figli, se non di più. Con una narrazione intensa e tagli psicoanalitici, la serie ci inchioda a riflettere sul nostro ruolo di educatori e genitori. I giovani non cercano solo risposte o soluzioni, ma forse solo un momento per essere ascoltati per davvero. Crescendo con la consapevolezza, che comunque vada, non saranno mai soli.
Elisa Garfagna
giornalista




