OTTOBRE 2026
La decisione della Commissione indipendente sul caso Manchester City segna un primo, importante punto fermo in una vicenda disciplinare destinata a entrare nella storia della Premier League. Dopo un procedimento iniziato nel dicembre 2018, il club è stato ritenuto responsabile di tutte le contestazioni relative alle violazioni delle regole finanziarie contestate per un periodo di nove stagioni e di tre delle quattro contestazioni relative alla mancata collaborazione con l’inchiesta. La sanzione, però, non è ancora stata determinata e il Manchester City ha la possibilità di impugnare la decisione entro il 2 ottobre. Il dato temporale è quello che più colpisce. L’inchiesta della Premier League era iniziata nel dicembre 2018 e la contestazione formale è arrivata nel febbraio 2023. Le principali violazioni finanziarie contestate riguardavano un arco di nove stagioni, dal 2009/10 al 2017/18; le contestazioni relative alla mancata collaborazione con l’inchiesta si estendevano invece anche al periodo successivo, fino al 2023. L’udienza davanti alla Commissione indipendente si è poi conclusa nel dicembre 2024, dopo 42 giorni di discussione, mentre la decisione è arrivata soltanto il 29 settembre 2026. Non è difficile comprendere le ragioni di un procedimento così articolato. La materia finanziaria è complessa, le contestazioni riguardavano un arco temporale molto ampio e il procedimento ha richiesto un’istruttoria particolarmente estesa. La stessa Commissione ha riconosciuto di aver impiegato molto più tempo di quanto avrebbe desiderato per arrivare alla decisione.
Ma proprio qui emerge l’altro lato della medaglia. Quando una decisione arriva a distanza di anni dai fatti contestati, il problema non è soltanto quanto sia stata approfondita l’indagine. È anche capire quale effetto possa concretamente produrre quella decisione sulla competizione. Nel frattempo, si sono disputate altre stagioni, sono state assegnate classifiche, qualificazioni europee, retrocessioni e premi. Un’eventuale sanzione con effetti riferiti al passato può quindi diventare molto più complessa da applicare, perché interviene su situazioni sportive nel frattempo consolidate.
E il procedimento, nel caso City, non è ancora concluso: accertate le violazioni, la Commissione dovrà infatti determinare le sanzioni in una successiva udienza, mentre resta possibile l’appello del club. La Premier League ha dichiarato di voler completare l’intero iter, comprese eventuali impugnazioni, il più rapidamente possibile. È proprio questo il punto sul quale il confronto con il sistema italiano diventa interessante. Il sistema italiano parte da una premessa diversa: la tempestività della decisione è essa stessa una garanzia della regolarità della competizione. Il Codice di giustizia sportiva della FIGC costruisce infatti il procedimento attraverso una scansione temporale rigorosamente predeterminata. Una volta esercitata l’azione disciplinare, il termine per la decisione di primo grado è, di regola, di 90 giorni; quello per la decisione di secondo grado è di 60 giorni. L’articolo 110 prevede inoltre che, se i termini non vengono rispettati nei singoli gradi di merito, il procedimento disciplinare va dichiarato estinto, anche d’ufficio, purché l’incolpato non si opponga. Questo non significa, naturalmente, che il procedimento sportivo italiano sia necessariamente breve in senso assoluto. Anche la fase delle indagini preliminari è soggetta a termini “perentori” (60 giorni) con possibili proroghe (due per complessivi ulteriori 60 giorni) e può quindi incidere sulla durata complessiva dell’iter. Ma in ogni caso è innegabile che la definizione del procedimento disciplinare è caratterizzata da un limite temporale particolarmente stringente.
Ed è una differenza che non dovrebbe essere considerata soltanto come una questione di efficienza amministrativa. Nel calcio, infatti, il tempo è parte della competizione. Una decisione disciplinare tardiva può essere anche molto accurata, ma rischia di arrivare quando gli effetti sportivi della violazione sono ormai difficili da ricostruire senza incidere su competizioni già concluse. Da questo punto di vista, i due modelli sembrano rispondere a esigenze differenti: da una parte la ricerca di un accertamento quanto più approfondito possibile, anche a costo di tempi molto lunghi; dall’altra la necessità di assicurare che la risposta della giustizia sportiva arrivi entro un arco temporale compatibile con lo svolgimento dei campionati. Non si tratta, quindi, di stabilire semplicemente quale sistema sia “migliore”. La questione è più complessa: quanta certezza nell’accertamento si è disposti ad attendere prima che il trascorrere del tempo finisca per compromettere, a sua volta, la certezza della competizione? Perché nel calcio non basta arrivare alla decisione giusta. Occorre, per quanto possibile, arrivarci quando quella decisione può ancora garantire la regolarità della competizione.
Michele La Francesca
avvocato






