GIUGNO 2026
Nel giornalismo l’errore può capitare. La differenza tra una testata autorevole e una militante sta però nel modo in cui reagisce quando i fatti smentiscono una ricostruzione. Ci si aspetterebbe una rettifica, delle scuse ai lettori e magari una riflessione interna. Invece, nel caso della grazia concessa a Nicole Minetti, Il Fatto Quotidiano sembra aver scelto una strada diversa: rilanciare, insistere e trasformare una clamorosa smentita in una battaglia politica. Per settimane il quotidiano diretto da Marco Travaglio ha alimentato il sospetto che dietro il provvedimento di clemenza firmato dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella vi fossero elementi opachi, facendo leva sulle dichiarazioni di una donna uruguaiana, Graciela Mabel De Los Santos, presentata come testimone di presunti festini, escort e vicende compromettenti nel ranch di Punta del Este appartenente a Giuseppe Cipriani, compagno dell’ex consigliera regionale lombarda. Una narrazione che ha occupato titoli, prime pagine e commenti, fino a trasformarsi in uno scoop utilizzato per mettere in discussione la legittimità della grazia concessa alla Minetti. Il problema è che i fatti hanno preso una direzione diversa. Come riportato negli ultimi giorni, la stessa testimone uruguaiana ha formalizzato davanti a un notaio una dichiarazione nella quale afferma di non sapere nulla dei presunti festini attribuiti alla tenuta di Cipriani e di non essere a conoscenza di alcun giro di prostituzione. Le sue parole, trasmesse alla Procura generale di Milano e successivamente al Quirinale, hanno totalmente demolito il castello accusatorio costruito intorno alla vicenda. Non solo. Gli approfondimenti svolti dai carabinieri del Nucleo investigativo di Milano e coordinati dalla Procura generale hanno escluso riscontri alle accuse rilanciate dal quotidiano. La stessa procuratrice generale Francesca Nanni ha evidenziato come le notizie pubblicate non trovassero conferma nelle verifiche effettuate e risultassero in contrasto con il quadro probatorio già acquisito. Anche la richiesta di una rogatoria internazionale in Uruguay non avrebbe trovato spazio, poiché il trattato di cooperazione giudiziaria tra i due Paesi è destinato all’acquisizione di prove nell’ambito di procedimenti penali, circostanza che non ricorreva nel caso in esame.
La battaglia legale negli Usa e in Italia e la richiesta dei danni
Di fronte a un quadro simile, qualsiasi giornale avrebbe probabilmente riconosciuto che lo scoop non aveva retto alla prova dei fatti. Sarebbe stata una scelta difficile ma rispettosa dei lettori. Invece il quotidiano di Travaglio continua a difendere la propria impostazione. Nelle colonne del giornale non si leggono ammissioni di errore, bensì nuovi attacchi contro le istituzioni coinvolte, dalla Procura generale fino al Quirinale. L’impressione è che la vicenda non venga più trattata come una questione giornalistica, ma come uno scontro politico da portare avanti a prescindere dalle risultanze investigative. La vicenda avrà conseguenze economiche e giudiziarie di enorme portata. Nicole Minetti e Giuseppe Cipriani hanno infatti avviato una vasta azione legale negli Stati Uniti contro Il Fatto Quotidiano e contro le trasmissioni televisive che hanno rilanciato le accuse. La prima richiesta di risarcimento ammonterebbe a 250 milioni di euro, una cifra che riflette il danno reputazionale che la coppia ha subito dopo mesi di articoli, servizi e ricostruzioni false. A Roma invece si apre un nuovo capitolo della vicenda. Secondo quanto riferisce Repubblica, Nicole Minetti e Giuseppe Cipriani hanno avviato una procedura di mediazione contro il Fatto Quotidiano, chiedendo un risarcimento di 5 milioni di euro. Il confronto tra le parti è stato calendarizzato per il prossimo 26 giugno.
Secondo i legali di Minetti e Cipriani, le verifiche svolte dalla Procura generale di Milano hanno smentito le accuse relative ai presunti festini, alle escort e alle altre vicende finite al centro dello scoop. La prima azione legale riguarderebbe oltre cinquanta articoli pubblicati dal quotidiano diretto da Travaglio e numerosi servizi televisivi che hanno amplificato quelle accuse, contribuendo a consolidare nell’opinione pubblica una narrazione che ora viene messa in discussione dagli stessi accertamenti richiamati dagli inquirenti. La decisione di avviare l’azione legale negli Stati Uniti non è casuale. Secondo i legali di Nicole Minetti e Giuseppe Cipriani, il danno provocato dalle notizie pubblicate non riguarderebbe soltanto la sfera personale della coppia, ma anche gli interessi economici e commerciali del gruppo Cipriani, una realtà imprenditoriale con una presenza consolidata sul mercato americano. Per questo motivo la richiesta di risarcimento, quantificata in 250 milioni di dollari, è stata presentata a New York attraverso uno studio legale che assiste il gruppo negli Stati Uniti. L’obiettivo è ottenere il riconoscimento dei danni reputazionali ed economici che le accuse rilanciate negli ultimi mesi avrebbero provocato alle attività dell’imprenditore. La scelta del foro statunitense risponde anche a una precisa strategia giuridica. Negli Usa, infatti, le controversie legate alla reputazione e ai danni d’immagine possono tradursi in richieste risarcitorie molto più elevate rispetto agli standard normalmente applicati dalla giustizia italiana. Un elemento che rende particolarmente rilevante l’esito dell’iniziativa giudiziaria.
Il paradosso è evidente. Per anni Il Fatto Quotidiano ha costruito gran parte della propria credibilità sulla richiesta di rigore, trasparenza e rispetto delle sentenze. Oggi però sembra ignorare proprio quelle verifiche investigative che hanno smentito la ricostruzione originaria. La questione va oltre Nicole Minetti. Il punto riguarda il metodo. Quando una notizia viene smentita dai documenti, dalle testimonianze e dagli accertamenti ufficiali, il giornalismo dovrebbe prendere atto della realtà. Continuare a sostenere una tesi nonostante le prove contrarie significa trasformare l’informazione in propaganda. Ed è proprio qui che emerge il vero problema. Non l’errore iniziale, ma l’incapacità di riconoscerlo. Perché uno scoop sbagliato può capitare a chiunque. Un giornale che rifiuta di confrontarsi con i fatti rischia invece di compromettere qualcosa di molto più prezioso: la propria credibilità. Nel caso Minetti, le smentite arrivano dalla testimone chiave, dagli accertamenti investigativi e dalla stessa Procura generale di Milano. Eppure, invece di prendere atto di questi elementi, Il Fatto Quotidiano continua a difendere il proprio impianto accusatorio. Una scelta che trasforma quello che poteva essere un errore giornalistico in una lunga battaglia giudiziaria, nella quale saranno i tribunali a stabilire non solo chi abbia ragione, ma anche chi dovrà rispondere dei danni provocati da uno scoop che, giorno dopo giorno, si è sciolto come neve al sole
Stefano Piazza
vicedirettore Ius101.it






