DICEMBRE 2025
Il dibattito sulla possibilità che le forze dell’ordine rendano pubblica la nazionalità dei detenuti non riguarda solo la Spagna, anche se qui esplose nel 2015 quando il Ministero dell’Interno ordinò alla Polizia Nazionale e alla Guardia Civil di smettere di diffondere questo dato. La decisione del governo basco di imporre invece all’Ertzaintza – la polizia autonoma dei Paesi Baschi – l’obbligo di comunicarlo ha riaperto un fronte politico che coinvolge trasparenza, protezione dei dati e rischio discriminazione. VOX, partito della destra nazionalista spagnola, sostiene da anni la misura; oggi anche il Partito Popolare l’ha fatta propria. Il presidente valenciano Pérez Llorca ha dichiarato che “non dobbiamo aver paura di conoscere le origini di chi commette reati”, mentre la portavoce del PP al Congresso, Ester Muñoz, ha annunciato che un eventuale governo popolare la introdurrebbe a livello nazionale. Il ministro Marlaska sostiene invece che nazionalità e luogo di nascita “non sono elementi necessari o utili per la prevenzione della criminalità” e che la priorità è evitare stigmatizzazioni, perché la criminalità dipende soprattutto da vulnerabilità e condizioni sociali.
I sindacati di polizia sono divisi. Il JUPOL – principale sindacato della Polizia Nazionale – rivendica la trasparenza come strumento per individuare tendenze e pianificare risorse. Il SPP, Sindacato Professionale della Polizia, che rappresenta gli ufficiali di grado più elevato, considera la misura utile dal punto di vista statistico, purché nel rispetto delle leggi sulla protezione dei dati. Amnesty International sostiene che i dati vanno raccolti per verificare eventuali controlli discriminatori e ricorda che, quando nel 2015 la raccolta fu interrotta, i controlli su migranti aumentarono senza possibilità di monitoraggio. L’Unione Progressista dei Procuratori giudica invece l’iniziativa inefficace e socialmente pericolosa, perché non migliora la sicurezza e alimenta narrative divisive. Citano i dati dell’INE: nel 2023 il 72% dei condannati era spagnolo e il 28% straniero, percentuale che senza contesto può suggerire legami inesistenti tra immigrazione e criminalità. La maggiore presenza di stranieri nelle statistiche è spiegata da età media più giovane ed esposizione alla vulnerabilità economica. Per i procuratori non è un tema di nazionalità, ma di condizioni di vita; la Spagna resta tra i Paesi UE con i tassi di criminalità più bassi.
La stessa discussione attraversa altre democrazie europee. Nel Regno Unito il Ministero della Giustizia pubblica regolarmente i dati sui detenuti stranieri; in Danimarca la trasparenza è ancora più ampia e utilizzata per politiche più rigide; in Germania la nazionalità appare nelle statistiche di polizia ma sempre accompagnata dal contesto; nei Paesi Bassi la polizia non comunica la nazionalità nei comunicati ma l’ufficio statistico pubblica rapporti dettagliati; in Svezia, dopo anni di totale trasparenza, i dati sono stati ridotti per evitare stigmatizzazioni; in Francia la nazionalità dei sospetti non viene quasi mai resa pubblica; in Italia non esiste un divieto e molte questure la indicano nei comunicati, tra critiche e rivendicazioni politiche. Il nodo resta identico ovunque: stabilire se la nazionalità sia uno strumento utile alla sicurezza o un elemento che amplifica percezioni distorte. Qui torna l’avvertimento di Karl Popper: una tolleranza senza limiti può finire per ostacolare chi deve prevenire i reati. In questo contesto significa che la volontà di non urtare sensibilità non può impedire alle forze dell’ordine di disporre dei dati necessari. L’equilibrio tra tutela dei diritti e capacità operativa dello Stato è la vera linea di frattura.
Costantino Pistilli
giornalista






