LUGLIO 2026
Il verdetto sul crollo del Ponte Morandi arriva a Genova come un respiro trattenuto per otto anni e ora, finalmente, liberato. Non cancella nulla, non restituisce nessuno, ma dice una cosa che per i familiari delle 43 vittime è fondamentale: quelle morti non sono state una fatalità cieca, bensì l’esito di responsabilità precise, di scelte, di omissioni umane. È questo, prima ancora dei numeri delle condanne, a dare un primo, fragile senso di dignità a chi ha perso tutto in pochi secondi e a una città che da quel 14 agosto 2018 non è più la stessa. Per capire il peso di questa sentenza bisogna tornare proprio a quella mattina d’estate, alle 11:36. Il viadotto Polcevera, che tutti chiamavano semplicemente il Morandi, era da decenni parte del paesaggio quotidiano. Per i genovesi era il nodo che teneva insieme i quartieri operai, il porto, le direttrici per il Nord e il resto d’Italia. Chi viveva a Genova ci passava sopra per andare al lavoro, ci passava sotto per rientrare a casa, lo guardava ogni giorno quasi senza vederlo più. Quel ponte, inaugurato negli anni Sessanta come simbolo di modernità, conviveva da anni con la sensazione diffusa di una struttura stanca, consumata dal traffico e dalla pioggia, eppure data per scontata, come se dovesse reggere per forza.
Quando la campata è crollata, portandosi via auto, camion, famiglie intere, in pochi istanti si è spezzato qualcosa che andava oltre la carreggiata. Le immagini delle macerie, delle auto schiacciate, delle case sventrate al di sotto sono entrate in tutte le case, ma a Genova hanno segnato un prima e un dopo. Per giorni si è rimasti con lo sguardo fisso su quel vuoto improvviso, mentre i soccorritori lavoravano senza tregua e i nomi delle vittime cominciavano a riempire le cronache: uomini, donne, bambini in viaggio per le ferie, per lavoro, per caso. Una normalità spezzata da un crollo che, da subito, ha sollevato una domanda bruciante: com’è stato possibile? Da quella domanda è nato uno dei processi più complessi della storia recente italiana. In aula non c’era soltanto una struttura ingegneristica da sezionare nei dettagli, ma un intero sistema di gestione, controlli, vigilanza. Per anni si sono ascoltati tecnici, dirigenti, funzionari, si sono lette relazioni e perizie, si è ricostruita la catena di decisioni e non-decisioni che aveva accompagnato il lento degrado del ponte. Sono emersi allarmi sottovalutati, interventi rinviati, una manutenzione spesso letta come costo da ridurre e non come investimento in sicurezza. Nel mirino non sono finiti solo i vertici di Autostrade per l’Italia e della società incaricata delle verifiche, ma anche i funzionari dello Stato che avrebbero dovuto vigilare sull’operato del concessionario. In questo intreccio, il processo ha cercato di stabilire se qualcuno, vedendo i segnali, avrebbe potuto e dovuto fermare in tempo l’inevitabile. È qui che la giustizia ha dovuto misurarsi con la dimensione più dolorosa: dire se quelle 43 persone siano morte per un destino assurdo o perché qualcuno, potendo intervenire, non l’ha fatto. La sentenza di primo grado arriva al termine di questo percorso e mette nero su bianco una verità giudiziaria: non tutto è accaduto per caso, non tutto è riconducibile a un difetto imponderabile. Le condanne agli ex vertici di Aspi e ai funzionari coinvolti per i familiari rappresentano il riconoscimento che ciò che gridano da anni, cioè che non è stata una tragedia inevitabile, ha trovato finalmente un’eco in un’aula di tribunale. L’ex amministratore delegato di Autostrade per l’Italia, Giovanni Castellucci, è stato condannato a 12 anni di reclusione, mentre a Mauro Coletta, già direttore della Vigilanza sulle concessionarie autostradali del Ministero delle Infrastrutture e Trasporti, sono stati inflitti 5 anni: due figure simboliche, ai vertici, privato e pubblico, di quel sistema chiamato oggi a rispondere delle proprie omissioni. Tra le voci che più hanno incarnato questa battaglia c’è quella di Egle Possetti, che nel crollo ha perso la sorella, i due nipoti e il cognato. Da tempo ripete che la giustizia, per loro, non è vendetta ma prevenzione: capire cosa non ha funzionato significa impedire che accada di nuovo, evitare che altri nomi si aggiungano a quella lista. Per lei, come per tanti altri familiari, l’idea di una assoluzione generalizzata sarebbe stata insopportabile: avrebbe significato riscrivere il dolore come incidente, cancellando ogni traccia di responsabilità umana. La decisione del tribunale, pur con pene inferiori a quelle chieste dall’accusa, rompe questo rischio di oblio. Dice con chiarezza che chi ha il potere di decidere sulla sicurezza di un’infrastruttura porta sulle proprie spalle anche il peso delle vite che vi transitano. In questo sta la dignità restituita alle vittime: nel vedere riconosciuto che non sono “morti del traffico”, ma persone uccise da un sistema che ha messo altrove le priorità. E sta anche la dignità di Genova, che in questi anni ha portato addosso l’etichetta di città del crollo, mentre intorno si discuteva di perizie e concessioni. Intanto la città è andata avanti. Al posto del Morandi è sorto un nuovo ponte, elegante e lineare, progettato da Renzo Piano, diventato il simbolo di una rinascita possibile. Ma chi vive a Genova sa che quel viadotto moderno poggia su una memoria fatta di sirene, di pioggia battente sulle macerie, di giorni in cui raggiungere l’altra parte della città significava attraversare la propria stessa ferita. Ogni volta che si percorre il nuovo ponte, il pensiero torna inevitabilmente a chi non ha potuto vederlo. La sentenza non chiude questo capitolo, perché ci saranno altri gradi di giudizio e perché il dolore non si prescrive. Ma offre un appiglio: stabilisce che le infrastrutture non crollano da sole, che il controllo non può essere un atto formale, che la sicurezza non è una voce marginale di bilancio. È un messaggio che va oltre Genova e oltre il settore autostradale, e parla a un Paese fatto di viadotti vecchi, gallerie da adeguare, scuole e ospedali che hanno bisogno di cura. Per i familiari, per la città, la dignità sta anche in questo: nella possibilità di dire che la morte dei loro cari ha avuto un seguito, ha imposto una riflessione collettiva, ha costretto istituzioni e aziende a confrontarsi con le proprie responsabilità. Non basta e non basterà mai, ma è un passo. E forse, in quel vuoto che per anni è rimasto sospeso tra una sponda e l’altra del Polcevera, oggi c’è almeno una parola in più: non solo “tragedia”, ma anche “giustizia”.
Elisa Garfagna
giornalista






