FEBBRAIO 2026
Nel prologo del rapporto scritto nel 2011 con Vigna, “Per una Prato sicura senza mafia”, realizzato con la Provincia e con l’allora assessora Loredana Ferrara impegnata da anni contro l’usura veniva ben descritta l’origine della crisi: “La realtà economica di Prato è oramai in crisi da diversi anni. Il settore del tessile non ha saputo cogliere le sfide provenienti dall’Est e, giorno dopo giorno, piccoli e medi imprenditori hanno dovuto chiudere. Con la produzione in affanno, alcuni si sono reinventati immobiliaristi, affittando e poi vendendo i precedenti luoghi di lavoro. Il tessuto sociale ha così subito una trasformazione radicale: dalla produzione alla speculazione. La crisi del tessile è diventata crisi sistemica, contagiando l’intera economia locale. Prato ha perso la propria capacità di produrre reddito da lavoro. E la realtà pratese dimostra, come altre, una notevole propensione al consumo di droghe”.
In altre parole: Prato aveva perso la propria anima. Quella che negli anni ’90 mi piaceva definire “un telaio per ogni casa”. Prato è anche la prima – e probabilmente più importante – Chinatown d’Italia. Eppure Prato, che i fiorentini non capivano, era benessere diffuso. Capillare. C’era perfino un filo d’invidia per la vivacità di una città dalle enormi potenzialità. Da fiorentini la si prendeva in giro, certo. Ma la si amava. Con i suoi cantuccini, il vin santo, la voglia di arte moderna visibile nel tessuto urbano. E c’era, inutile negarlo, un pizzico di ammirazione per quell’operosità.
I tempi cambiano. Ed è un peccato. Perché, se si mettono insieme gli accadimenti degli ultimi mesi, la crisi descritta nel 2011 è arrivata a un punto che, senza un intervento deciso, rischia di diventare il “punto di non ritorno”. Prato è dentro il triangolo Firenze-Prato-Osmannoro. È lì che è esplosa la guerra delle grucce tra clan cinesi. A Prato la mafia cinese esiste. Non solo de facto. Esiste socialmente. Ed esiste giuridicamente, sancita da una ormai nota sentenza della Cassazione. Nell’estate 2024 è arrivato un procuratore tenace, il dottor Tescaroli. Attento alle dinamiche. Il giudice Caponnetto lo stimava molto.
Ad aprile 2025 è arrivata la Commissione parlamentare antimafia. A luglio, dopo un’inchiesta che ha portato alle dimissioni volontarie della sindaca, è stato commissariato il Comune. Nel frattempo, da anni, a Prato si assiste allo sfruttamento dei lavoratori. Ai pestaggi. A Ferragosto è arrivato il ministro Piantedosi. Il giorno prima, il procuratore della DDA di Firenze, Spiezia, intervistato da Luca Serranò di Repubblica, alla domanda: “Indagini hanno fatto emergere rapporti tra imprenditori cinesi e pezzi della politica locale. È concreto il pericolo di infiltrazione?”, ha risposto: “Appartiene alla logica delle organizzazioni mafiose alimentare rapporti con esponenti delle istituzioni per consolidare posizioni di potere e ampliare la sfera del business, offrendo sostegno in occasione di competizioni elettorali. E non a caso questo schema è oggetto di verifica anche in indagini recenti”.
Parole pesanti. Parole sul rapporto mafia-politica. Le ultime indagini della procura di Prato hanno portato all’amministrazione giudiziaria di un noto brand di fast fashion. E all’acquisizione, da parte di un imprenditore cinese, di un terreno agricolo pagato poco, il cui valore sarebbe cresciuto grazie a variazioni urbanistiche approvate nel nuovo Piano Strutturale. E poi c’è la criminalità di strada. La presenza pervasiva dei narcos. L’arresto di un italo-francese che potrebbe avere collegamenti con Marsiglia.
Cosa fare? È necessario superare l’impasse in cui Prato è finita. Non è semplice. Ma occorre ripristinare la legalità e, insieme, rilanciare le potenzialità di sviluppo che la città ancora possiede. Si parta dall’esempio di Caponnetto, che all’inizio della sua carriera fu pretore proprio a Prato. È difficile. Ma non impossibile. Volere è potere.
Salvatore Calleri
presidente della Fondazione Antonio Caponnetto






