MARZO 2026
C’è un fantasma che si aggira tra le bacheche di Facebook e le chat di WhatsApp, ed è il fantasma della paura. Quando si parla di separazione delle carriere in magistratura, il dibattito pubblico smette improvvisamente di essere ricerca per trasformarsi in un campo di battaglia dove la prima vittima è la verità. Chi oggi si oppone a questa riforma non lo fa quasi mai entrando nel merito tecnico, ma preferisce inquinare i pozzi con una narrazione distorta, fatta di slogan pronti all’uso e allarmismi da fine del mondo che servono solo a paralizzare il giudizio degli elettori. È una strategia comunicativa vecchia come la propaganda, ma potenziata all’ennesima potenza dagli algoritmi dei social media che premiano l’indignazione a scapito del ragionamento logico e della pacata analisi dei fatti.
Il meccanismo è subdolo, ma estremamente efficace perché punta dritto alla pancia della gente. Le fake news che circolano in queste settimane non nascono per caso da un malinteso, ma sono studiate a tavolino per creare una nebbia fitta intorno a un concetto semplicissimo, ovvero la necessità che chi accusa e chi giudica non facciano parte della stessa famiglia professionale. Per offuscare questa evidenza di buon senso, la macchina della disinformazione ha rispolverato il logoro mito del Pubblico Ministero sottomesso alla politica. Questa è senza dubbio la bugia più grande e persistente, quella che serve a spaventare i cittadini meno esperti facendo credere loro che un domani il magistrato inquirente riceverà ordini direttamente dal Ministro di turno, perdendo ogni autonomia investigativa. Si tratta di un trucco retorico collaudato che inventa un pericolo inesistente per evitare di cambiare uno status quo che fa comodo a pochi ma danneggia i diritti di molti, mantenendo il sistema in una sorta di immobilismo dorato.
Votare SÌ a questo referendum significa, al contrario, strappare il velo di questa ipocrisia e guardare in faccia la realtà del nostro sistema giudiziario con occhi nuovi. Inquinare il dibattito serve a nascondere un paradosso che è sotto gli occhi di tutti ogni giorno nelle nostre aule di tribunale, ma che spesso viene ignorato per abitudine o per timore reverenziale. Oggi un magistrato può iniziare la sua vita professionale come accusatore e finirla come giudice, condividendo con i colleghi della Procura non solo gli uffici e i corridoi, ma anche le dinamiche associative, le progressioni di carriera e una comune visione del mondo. Per il cittadino comune che finisce nel tritacarne di un processo, questa vicinanza fisica e psicologica rappresenta un’ombra costante sul concetto stesso di imparzialità, perché è umanamente difficile credere a una totale neutralità quando le carriere sono intrecciate. È legittimo chiedersi come si possa essere certi che l’arbitro sia davvero neutrale se ha indossato la stessa maglia dell’attaccante fino al giorno prima, o se sa che domani potrebbe trovarsi a lavorare gomito a gomito con chi oggi sostiene l’accusa.
Eppure, se provi a sollevare questo dubbio elementare sui social, verrai immediatamente sommerso da una valanga di commenti che parlano di attacco alla democrazia o di scardinamento dei poteri dello Stato. È una tattica di difesa corporativa che utilizza il rumore di fondo per non dover mai spiegare perché l’Italia debba restare l’unica grande democrazia occidentale ancorata a un sistema così sbilanciato e arcaico. In quasi tutto il mondo civile, la distinzione tra chi indaga e chi emette la sentenza è un pilastro della libertà, un confine invalicabile che protegge l’individuo dallo strapotere dello Stato e garantisce che ogni prova venga vagliata senza pregiudizi. Da noi, invece, si preferisce agitare lo spauracchio della deriva autoritaria per mantenere intatta una commistione di ruoli che non garantisce nessuno, se non la conservazione di un potere autoreferenziale che teme il cambiamento più di ogni altra cosa.
Le fake news servono proprio a questo scopo preciso, ovvero rendere il cittadino pigro, confuso e, soprattutto, spaventato dalle possibili conseguenze di una scelta libera. Se ti dicono ripetutamente che la riforma indebolirà la lotta alla criminalità organizzata o che renderà i magistrati meno liberi di indagare sui potenti, stanno toccando le tue corde emotive più profonde per impedirti di analizzare i testi di legge e i fatti concreti. La verità è molto diversa e decisamente più rassicurante per chiunque creda nello Stato di diritto. Un magistrato che sceglie fin dall’inizio la via dell’accusa e si specializza esclusivamente in quel ruolo diventa un professionista più preparato, tecnico e incisivo, non certo più debole o influenzabile. Allo stesso modo, un giudice che cresce professionalmente coltivando solo la cultura della giurisdizione, cioè dell’ascolto e della valutazione neutrale delle prove senza dover guardare in faccia il collega di scrivania che ha istruito l’accusa, garantisce una sentenza più rapida, sicura ed equa per tutti, indipendentemente dal fatto che l’imputato sia un potente o una persona comune.
Dobbiamo imparare a leggere con occhio critico quei post indignati che circolano compulsivamente online, spesso rilanciati da profili che sembrano ignorare del tutto i principi cardine del diritto e della nostra stessa Costituzione. Spesso queste narrazioni sono alimentate da una logica distorta che vede ogni tentativo di ammodernamento come un’offesa personale o, peggio, come un atto di guerra contro l’ordine costituito. Ma la giustizia non è una proprietà privata della magistratura o di una sua parte, è un servizio fondamentale che lo Stato deve rendere ai cittadini con la massima trasparenza e oggettività possibile. Scegliere il SÌ significa dunque ripulire il campo da queste interferenze rumorose e riportare finalmente il baricentro del processo dove deve stare da sempre, ovvero sul diritto di ogni persona di essere giudicata da un terzo che non ha alcun legame, neanche ideale o associativo, con chi la sta trascinando davanti a un tribunale.
Non lasciamoci ingannare dagli algoritmi che premiano la rabbia a discapito della logica e della memoria storica. La separazione delle carriere è un atto di profondo rispetto verso la Costituzione che all’articolo centoundici esige espressamente un giudice terzo e imparziale. Quella terzietà non può e non deve essere solo un auspicio morale o una speranza del singolo magistrato, ma deve diventare una realtà strutturale solida, garantita da percorsi formativi, concorsi e carriere ben distinte che non lascino spazio a dubbi di sorta.
Ogni volta che leggete un post che grida allo scandalo, che parla di complotti improbabili o che paventa il controllo totale della politica sulla magistratura, provate a fermarvi un istante e chiedervi chi abbia realmente interesse a mantenere le cose esattamente come sono oggi, in questo limbo di incertezza. La risposta è quasi sempre la stessa per chi ha il coraggio di vederla, ovvero chi teme che una giustizia più equilibrata, dove l’accusa e la difesa giocano finalmente con le stesse armi e le stesse possibilità davanti a un giudice realmente distante da entrambi, sia una giustizia più difficile da influenzare e molto più vicina alla verità sostanziale dei fatti. Votare SÌ non è dunque solo una preferenza tecnica per addetti ai lavori, ma un atto di coraggio civile fondamentale per liberare la nostra democrazia dalle ombre del passato e dalle menzogne del presente che inquinano i nostri schermi ogni giorno. È il momento di spegnere definitivamente il rumore bianco dei social e accendere la luce della ragione, per una giustizia che sia finalmente uguale per tutti non solo nelle scritte sopra i banchi dei tribunali, ma nella realtà quotidiana di ogni cittadino.
Elisa Garfagna
giornalista






