MARZO 2026
Sui social network è ormai partita la corsa al “toto-sondaggi” sul prossimo referendum sulla giustizia. Grafici, proiezioni e commenti si moltiplicano di ora in ora, spesso accompagnati da interpretazioni politiche che trasformano il voto in un nuovo capitolo dello scontro permanente tra maggioranza e opposizione. Un riflesso quasi automatico della politica italiana: ogni consultazione diventa terreno di battaglia tra schieramenti contrapposti. Eppure, nel caso della giustizia, il rischio di ridurre tutto a una sfida ideologica è particolarmente alto. E, probabilmente, anche particolarmente fuorviante. Le controversie, i processi e i diritti delle persone non si discutono nei talk show né nelle arene digitali. Si discutono nelle aule dei tribunali. Quando le porte dell’aula si chiudono, la dimensione politica scompare e restano soltanto quattro figure: il giudice, il pubblico ministero, l’imputato e l’avvocato difensore. È in quel momento che la giustizia smette di essere uno slogan e diventa una questione concreta, che riguarda libertà personali, diritti fondamentali e futuro dei cittadini.
Per questo motivo la riforma della giustizia non può essere interpretata come un tema che interessa esclusivamente i governi o le maggioranze parlamentari di turno. Una giustizia che funziona male — con tempi lunghi, procedure complesse e incertezze interpretative — colpisce direttamente i cittadini, le imprese e l’intero sistema Paese.
In altre parole, non è una questione che riguarda l’attuale esecutivo o quelli che verranno. È una questione che riguarda tutti noi. Proprio per questo il referendum rischia di essere travisato se diventa un semplice voto “simpatici contro antipatici”, una dinamica purtroppo sempre più frequente nella politica contemporanea. Quando il voto si trasforma in un giudizio emotivo su leader, partiti o schieramenti, il merito delle questioni passa inevitabilmente in secondo piano.
Ma le conseguenze di una riforma della giustizia non si esauriscono nella durata di una legislatura. Al contrario, possono incidere per anni — talvolta per decenni — sulla vita dei cittadini e sul funzionamento dello Stato.
C’è poi un dato che merita attenzione e che nel dibattito pubblico viene spesso citato: la larga parte dell’avvocatura italiana si è schierata apertamente per il Sì. Secondo diverse rilevazioni interne alla categoria, una percentuale molto alta di avvocati — spesso indicata attorno al 90% — si è espressa a favore della riforma.
Naturalmente anche gli avvocati, come qualsiasi categoria professionale, possono avere sensibilità e opinioni diverse. Tuttavia resta un fatto: si tratta di professionisti che ogni giorno lavorano nei tribunali, che conoscono dall’interno le dinamiche del sistema giudiziario e che sono chiamati a difendere i cittadini nei processi.
Quando una parte così ampia di chi opera quotidianamente nella giustizia prende una posizione così netta, è quantomeno legittimo interrogarsi sulle ragioni di questa scelta.
Il referendum, dunque, dovrebbe essere affrontato con uno sguardo meno ideologico e più pragmatico. Non come una resa dei conti tra schieramenti politici, ma come un passaggio che riguarda l’equilibrio tra poteri dello Stato e il funzionamento di uno dei pilastri della democrazia.
Perché quando si parla di giustizia, in fondo, la questione è molto semplice: prima o poi tutti i cittadini possono trovarsi davanti a un giudice. E quando quel momento arriva, non contano le simpatie politiche né le polemiche dei social. Conta soltanto una cosa: che il sistema funzioni davvero.
Stefano Piazza
vice direttore IUS101






