LUGLIO 2025
Fratelli d’Italia voterà a favore di questo provvedimento, perchè porta finalmente a compimento un percorso iniziato nel lontano 1988 con il nuovo codice di procedura penale e proseguito nel 1999 con la riforma dell’art. 111 della costituzione sul giusto processo.
Non vi può essere piena terzietà del giudice se giudici e pubblici ministeri continuano a condividere nello stesso organo di autogoverno – reciprocamente gli uni nei confronti degli altri – ogni decisione in ordine agli incarichi direttivi, all’avanzamento di carriera, all’assegnazione di sede e ai trasferimenti, ai procedimenti disciplinari ecc.
Come ripeto, e’ dal 1988 che la separazione delle carriere e’ oggetto di dibattito costituzionale quale logica e necessaria conseguenza della scelta del legislatore in favore del processo accusatorio in luogo del vecchio processo inquisitorio.
Non a caso, fu proprio il padre del nuovo codice di procedura penale, il guardasigilli Giuliano Vassalli, a spiegare senza ambiguità che la riforma in senso accusatorio del processo penale, per dirsi compiuta e coerente, aveva bisogno della separazione delle carriere. E non credo che si possa sospettare di pulsioni autoritarie una personalità del calibro di Giuliano Vassalli, medaglia d’argento al valor militare della resistenza nonchè esponente di spicco della cultura azionista.
Semmai, per citare le parole pronunciate dal giurista Giuseppe Bettiol all’assemblea costituente nella seduta del 26 novembre 1947: “voler considerare il pubblico ministero un organo della giustizia è tipico dei regimi totalitari”.
E’ noto infatti che il principio della separazione delle carriere nasce nell’alveo del costituzionalismo liberale.
La dottrina fascista, ad esempio, era fermamente a favore della unitarietà della giurisdizione. Unitarietà che – per inciso – non ha certo impedito l’assoggettamento della magistratura requirente al potere esecutivo. Come di quella giudicante, peraltro.
Che la separazione delle carriere sia un connotato tipico delle democrazie liberali, lo ha ricordato, sul foglio del 18 giugno scorso, anche Goffredo Bettini – mi riferisco all’autorevole esponente del PD, non ad un pericoloso affiliato della loggia P2. Lo ricordo solo per rispondere a chi ha chiamato in causa a sproposito addirittura Licio Gelli.
Bettini si è riferito espressamente “alla tradizione del liberalismo di sinistra” (citazione testuale) per invitare la propria parte politica a non alzare barricate pregiudiziali per partito preso, solo per il gusto di dire sempre di no, ma a convincersi che “la separazione delle carriere e’ un passo doveroso nella direzione di una maggiore terzietà del giudice” (citazione testuale).
Principio questo non certo nuovo a sinistra, solo che si abbia memoria di quanto scriveva Maurizio Martina nella mozione presentata per il congresso del PD del 2019: “il tema della separazione delle carriere appare ineludibile per garantire un giudice terzo e imparziale” (testuale).
In calce a quella mozione c’erano le firme di tanti autorevoli esponenti dell’area riformista di quel partito, che oggi fingono di averlo dimenticato, forse in ossequio alla deriva massimalista dell’attuale segreteria, ormai subalterna all’ultra giustizialismo a 5 stelle.
Insomma, nella separazione delle carriere non c’è proprio niente di “eversivo” riguardo ai valori sanciti dalla nostra costituzione. Lo ha ribadito la stessa corte costituzionale sia con la recente sentenza n. 58 del 2022, la numero 58, sia con la sentenza n. 37 del 2000. Una lettura meno distratta o meno disinvolta di queste due importanti pronunce avrebbe forse evitato certi deragliamenti dialettici che quest’aula ha dovuto ascoltare nel corso dell’estenuante e ripetitiva discussione generale.
E’ infatti del tutto compatibile con la carta costituzionale affermare che, come diceva Giovanni Falcone: “il p.m. Non deve avere alcun tipo di parentela con il giudice. Giudice e p.m. Devono anzi essere due figure strutturalmente differenziate nelle competenze e nella carriera” (citazione testuale). e di Falcone non si puo’ certo dire che non fosse dalla parte della libertà e della giustizia, avendo egli pagato con la vita la sua fedeltà alla repubblica democratica e la sua strenua e purtroppo assai spesso solitaria battaglia in difesa della legalità.
L’accusa che viene rivolta alla maggioranza e al governo di voler assoggettare la pubblica accusa al potere esecutivo è pertanto manifestamente infondata e pretestuosa, nient’altro che un artificioso e strumentale processo alle intenzioni.
Del resto questa accusa è stata riconosciuta come infondata dallo stesso presidente dell’ANM. Cesare Parodi -che pure ha espresso la contrarietà al disegno di legge – nel corso della sua audizione davanti alla prima commissione affari costituzionali, da me presieduta. Giudizio poi condiviso nella stessa sede e senza remora alcuna anche dal presidente emerito della corte costituzionale Antonio Baldassarre, il quale -proprio su mia domanda- ha chiarito che non c’e’ nulla in questa riforma che possa minare l’autonomia e l’indipendenza del p.m., che resta soggetto, come ogni magistrato, soltanto alla legge, in forza dell’art. 101 della costituzione, che infatti non viene affatto modificato. Ed in forza soprattutto dell’art. 104 che anche nel nuovo testo che stiamo per approvare conferma e scolpisce a chiare lettere -nè poteva essere altrimenti- l’autonomia e l’indipendenza della magistratura.
Di fronte a questa manifesta verità, molti colleghi dell’opposizione hanno allora rovesciato radicalmente la loro precedente critica: non più ad indebolire e ad assoggettare il p.m. Al potere politico mirerebbe questa riforma, ma al contrario a rafforzarlo a dismisura – il PM intendo – per farlo diventare una sorta di super poliziotto.
Ma attenzione all’incredibile salto logico: questo secondo l’opposizione non sarebbe altro che un perverso stratagemma, volto a costruirsi l’alibi per realizzare subito dopo la vera riforma cui subdolamente questa maggioranza starebbe mirando, cioè mettere il PM sotto il controllo del potere esecutivo. insomma: staremmo dando un potere sproporzionato al PM solo per poi avere il pretesto di sottometterlo.
A parte che attribuendoci questo disegno la sinistra da per scontato che questa maggioranza sarà tale anche nella prossima legislatura, cioè dimostra di essere consapevole di essere destinata a rimanere minoritaria, mi pare che un simile aberrante ragionamento riveli molto della mentalità contorta di chi lo ha pensato piuttosto che delle nostre reali intenzioni.
La verità è molto più chiara e lineare: semplicemente questa riforma non attribuisce -come non toglie- alcun ulteriore potere al PM. Dato che ogni sua iniziativa continuerà ad essere soggetta al vaglio giurisdizionale di un giudice finalmente del tutto terzo ed imparziale.
Non ci sarà quindi alcun superpoliziotto e tantomeno alcun bisogno di limitarne, con una ulteriore futuribile e del tutto immaginaria riforma, quei paventati eccessivi poteri che mai otterrà.
Insomma, nessuno in questa maggioranza si è mai immaginato di mettere in discussione il principio della divisione dei poteri. Al contrario con questo disegno di legge noi ci proponiamo di rafforzare lo stato di diritto, non di indebolirlo. Ed è esattamente ciò che faremo, restituendo alla magistratura quella autorevolezza che purtroppo è stata minata da vicende e scandali recenti e meno recenti su cui non ho bisogno di dilungarmi perchè ben conosciuti sotto il nome di sistema palamara.
In sintesi, è tempo che il giudice torni ad essere non solo imparziale ma anche ad apparire tale, in modo che ogni cittadino possa avere piena fiducia nelle sue decisioni. Così come – e concludo – con l’estrazione a sorte dei componenti dei due CSM restituiremo autonomia e libertà alle migliaia di giudici e di PM che si sentono oppressi non dall’inesistente pericolo di un assoggettamento al potere esecutivo ma dal ben più concreto e attuale strapotere delle correnti, un sistema non solo esistente ma talmente pervasivo da umiliare quei tanti magistrati, che sono la stragrande maggioranza, anche se silenziosa, che chiedono legittimamente di essere valutati soltanto in ragione della propria professionalità e non in base all’appartenenza – per non dire all’asservimento – a questa o quella corrente.
Alberto Balboni
presidente Commissione Affari Costituzionali del Senato






