SETTEMBRE 2026
Dopo cinque giornate, 50 partite e una sola chiamata al monitor. La nuova linea di Daniele Orsato è evidente. Ma può il clima di Arbitropoli aver prodotto anche una sorta di “medicina protettiva” del sistema? Cinquanta partite di Serie A e una sola on-field review. È il dato che più di ogni altro fotografa l’inizio della stagione 2026/27. Dopo tre giornate senza alcun richiamo al monitor, la prima chiamata è arrivata soltanto alla quarta, in Genoa-Frosinone: il VAR Camplone ha richiamato Rapuano per un possibile tocco di mano di Cittadini e, dopo la revisione, è stato assegnato il rigore al Genoa. Alla quinta giornata, invece, nessuna nuova on-field review. Il dato non significa, naturalmente, che il VAR sia rimasto inattivo. I controlli silenti continuano a essere numerosi. È cambiata, piuttosto, la soglia oltre la quale il VAR ritiene necessario chiamare l’arbitro al monitor.
È la linea che Daniele Orsato aveva annunciato con chiarezza: riportare l’arbitro al centro della partita, lasciando al VAR un ruolo di supporto e intervenendo davanti a un chiaro ed evidente errore. Non una modifica del protocollo, dunque, ma una diversa interpretazione pratica del suo utilizzo. Ed è proprio qui che cominciano le discussioni.
Nelle prime giornate non sono mancati episodi sui quali anche gli analisti arbitrali hanno ritenuto che il VAR avrebbe potuto o dovuto intervenire. In Juventus-Milan, per esempio, Luca Marelli ha analizzato a DAZN il contatto tra De Winter e Kolo Muani all’origine dell’azione che ha portato al gol rossonero. Per Marelli il contatto c’era ed era configurabile come infrazione tale da richiedere un on-field review. In Cagliari-Lecce, sempre secondo Marelli, il contatto in area tra Gagliardini e N’Dri presentava gli estremi per il rigore e il VAR avrebbe dovuto intervenire. E alla quinta giornata è arrivato un altro episodio particolarmente significativo. In Juventus-Atalanta, Kalulu ha trattenuto a lungo la maglia di Rowe in area. Zufferli ha lasciato proseguire e il VAR non è intervenuto. Marelli ha giudicato la trattenuta evidente e ha ritenuto che il VAR non potesse non intervenire, indicando nel rigore la decisione corretta. Sono valutazioni tecniche, naturalmente, e non necessariamente rappresentano la verità definitiva sull’episodio. Ma mostrano il punto di tensione della nuova impostazione: quando una decisione deve rimanere una valutazione dell’arbitro e quando, invece, deve diventare un chiaro ed evidente errore da correggere attraverso il VAR?
Il contrasto diventa ancora più evidente guardando alla Champions League. Nella prima giornata, disputata tra l’8 e il 10 settembre, la UEFA ha pubblicato sei spiegazioni tecniche relative a decisioni VAR selezionate: rigori assegnati o cancellati, espulsioni e gol annullati per fuorigioco. Non è un confronto perfettamente omogeneo: le sei decisioni UEFA non equivalgono necessariamente a sei on-field review, perché alcune situazioni, come i fuorigioco, possono essere risolte direttamente dalla sala VAR. Ma la differenza di percezione è evidente: in Champions il VAR continua a essere una componente molto visibile del processo decisionale; in Serie A, almeno nelle prime cinque giornate, è diventato quasi invisibile.
È a questo punto che la coincidenza temporale con l’inchiesta sul sistema arbitrale rende inevitabile una domanda. Il quadro giudiziario, nel frattempo, si è profondamente ridimensionato rispetto alle ipotesi iniziali. A luglio la Procura di Milano aveva chiesto l’archiviazione del filone principale riguardante le designazioni, ritenendo non provata l’esistenza di un sistema strutturato finalizzato ad alterare le gare. Il 18 settembre è arrivata anche la richiesta di archiviazione della Procura di Monza sul filone delle cosiddette “bussate” alla sala VAR di Lissone. Secondo i pm non sono emerse condotte fraudolente né il dolo specifico necessario per sostenere un’alterazione dei risultati; in alcuni casi, gli interventi esterni sarebbero stati finalizzati a correggere errori arbitrali.
Nello stesso giorno, sul fronte della giustizia sportiva, sono state diffuse le notizie relative alla richiesta di archiviazione del filone riguardante Rocchi e le presunte pressioni sulle designazioni. Ma c’è un altro elemento che merita attenzione. Nel caso delle “bussate”, l’attenzione giudiziaria era stata sollecitata anche da un esposto presentato dall’avvocato Michele Croce. È un elemento tutt’altro che secondario: significa che l’attivazione di accertamenti sul funzionamento del sistema arbitrale può partire anche dall’iniziativa di un soggetto esterno. In un contesto come quello attuale, questo può contribuire a spiegare perché ogni intervento sul terreno arbitrale possa essere percepito come potenzialmente esposto a un livello di scrutinio maggiore rispetto al passato.
È possibile che, oltre alla nuova filosofia tecnica di Orsato, il clima creatosi attorno al mondo arbitrale abbia favorito una maggiore prudenza nell’utilizzo del VAR? In un sistema nel quale persino l’intervento sulla sala VAR è finito sotto esame giudiziario, e nel quale anche un’iniziativa esterna può contribuire ad attivare accertamenti, la scelta di intervenire oppure di non intervenire può essere diventata ancora più delicata. La nuova linea Orsato può quindi essere letta nella sua dimensione dichiarata: restituire centralità all’arbitro e utilizzare il VAR soltanto davanti a un errore chiaro ed evidente. Ma non è irragionevole chiedersi se, accanto a questa scelta tecnica, possa essersi sviluppata anche una sorta di “medicina protettiva” del sistema, cioè una maggiore cautela nell’aprire la porta del monitor.
Per ora è soltanto un’ipotesi. E forse è proprio questo il punto interessante della stagione appena iniziata: capire, nelle prossime giornate, se quella porta resterà quasi sempre chiusa per effetto di una precisa filosofia arbitrale oppure se il calcio italiano stia semplicemente attraversando una fase di particolare prudenza.
Michele La Francesca
avvocato






