GIUGNO 2026
L’Europa ha tracciato la linea di demarcazione per il futuro digitale: l’AI Act non è più una dichiarazione di intenti, ma una realtà normativa con scadenze imminenti che impongono un cambio di passo radicale. Entro il 2 agosto 2026, il regolamento europeo diventerà pienamente applicabile per la stragrande maggioranza dei soggetti, attivando l’intero impianto sanzionatorio. Al centro della nuova disciplina non ci sono solo i software, ma le persone: scatta l’obbligo documentabile per aziende, pubbliche amministrazioni e istituzioni scolastiche di garantire l’alfabetizzazione informatica (AI Literacy) del personale. Dai controlli sulla trasparenza dei sistemi fino alla gestione dei dati, il tessuto produttivo e formativo italiano si trova a un bivio fondamentale tra conformità e competitività.
Per capire come l’Italia stia affrontando questa transizione e quali siano le sfide aperte sul fronte legislativo, infrastrutturale e sociale, abbiamo rivolto alcune domande al Senatore Lorenzo Basso, da sempre in prima linea sui temi dell’innovazione tecnologica, dell’Intelligenza Artificiale, della transizione digitale e dello sviluppo strategico del territorio.
L’AI Act impone nuovi obblighi formativi e controlli rigidi. Il tessuto delle nostre PMI è davvero pronto per questa scadenza o rischiamo il blocco burocratico?
«Il rischio c’è, ma non viene dall’AI Act in sé: viene dal modo in cui lo Stato sceglie di applicarlo. Se ci limitiamo a scaricare nuovi obblighi sulle imprese senza accompagnarle, il blocco è quasi inevitabile. Le nostre PMI non hanno bisogno dell’ennesima stagione di moduli e consulenze obbligate, ma di indicazioni comprensibili e di un luogo a cui rivolgersi quando devono capire se un sistema di IA è ad alto rischio. La formazione prevista dalle nuove regole va presa sul serio, perché usare l’intelligenza artificiale senza competenze espone a errori, a discriminazioni e a responsabilità che ricadono sull’impresa. Il compito della politica è tenersi lontana da due errori opposti: deregolare per paura della burocrazia e burocratizzare per paura dell’innovazione»
I nodi logistici e portuali, a partire da Genova, sono bersagli sensibili. Le nostre infrastrutture critiche sono protette adeguatamente da attacchi cyber e minacce ibride?
«Genova è uno dei luoghi in cui si capisce meglio che la sicurezza informatica non riguarda più soltanto i computer. Quando viene colpito un porto, non rallentano solo i sistemi: si fermano le merci, le dogane, la continuità delle imprese che da quel nodo dipendono. Anche per questo, in 8ª Commissione al Senato abbiamo promosso un’indagine conoscitiva sull’uso delle tecnologie digitali e dell’intelligenza artificiale nelle infrastrutture, con un’attenzione specifica alla logistica e ai nodi strategici. Negli ultimi anni passi avanti ne abbiamo fatti, ma la minaccia evolve più in fretta delle nostre strutture amministrative. Recuperare quel ritardo non è questione di un singolo intervento: chiede investimenti che durino nel tempo, esercitazioni periodiche e soprattutto l’abitudine, oggi ancora rara, a far circolare le informazioni tra pubblico e privato»
L’intelligenza artificiale automatizza processi e ridisegna professioni. Come si governa questo impatto sul mercato del lavoro per una transizione socialmente sostenibile?
«Nel Secolo dell’IA il lavoro non scompare: cambia forma, tempi e, soprattutto, il potere contrattuale di chi lo svolge. L’errore sarebbe credere che l’automazione tocchi solo le mansioni ripetitive, perché l’intelligenza artificiale sta entrando anche nel lavoro cognitivo e nelle professioni qualificate, dentro le imprese come nella pubblica amministrazione. Per governare questa trasformazione non basta invocare genericamente la formazione: servono politiche attive che funzionino davvero, una contrattazione che entri nel merito di come gli algoritmi valutano e organizzano il lavoro, e la scelta di redistribuire i guadagni di produttività anziché concentrarli. La tecnologia può migliorare il lavoro, ma non lo farà da sé: dipende dalle regole che scriviamo e dal posto che decidiamo di lasciare alle persone dentro l’organizzazione produttiva»
L’AI Act tocca anche istruzione e valutazione. La scuola italiana è pronta a formare i docenti e a educare i ragazzi all’uso consapevole dell’IA?
«La scuola italiana non parte da zero, ma non possiamo affidarci soltanto alla buona volontà dei singoli docenti. L’intelligenza artificiale è già nelle classi: nei compiti, nel modo in cui i ragazzi cercano informazioni e producono testi, perfino in come studiano. Servono allora una formazione degli insegnanti che sia strutturale e non lasciata all’iniziativa individuale, strumenti pubblici affidabili e regole chiare su come l’IA può entrare nei processi di valutazione. Ma soprattutto serve educare al pensiero critico: ai ragazzi non basta imparare a usare un chatbot, va insegnato loro a riconoscere una fonte attendibile e a smascherare un errore o una manipolazione. È così che la scuola fa dell’IA una forma di conoscenza e non una scorciatoia»
Elisa Garfagna
giornalista






