SETTEMBRE 2026
Ci sono temi che, nel sentire comune, rischiano spesso di essere confusi con una sequenza fredda di adempimenti, timbri e moduli da compilare. La sicurezza sul lavoro è uno di questi. Eppure, dietro ogni procedura o protocollo di prevenzione non c’è solo un obbligo di legge: c’è la vita quotidiana di donne e uomini, il loro diritto alla salute e, sopra ogni cosa, la certezza di poter fare ritorno a casa, ogni sera, dai propri cari. Negli ultimi anni abbiamo assistito a una trasformazione silenziosa ma profonda. Siamo passati da un’idea di tutela puramente meccanica, incentrata quasi esclusivamente sulla conformità delle macchine, a una visione integrata in cui l’elemento umano torna al centro. Oggi parlare di prevenzione significa parlare di safety leadership, di ascolto attivo nei luoghi di lavoro e di una cultura aziendale capace di valorizzare perfino l’errore o il mancato incidente (near miss) come un’opportunità di tutela collettiva.
Per comprendere come questo cambio di paradigma prenda forma nelle realtà organizzative più complesse, abbiamo incontrato Katia Polvani, esperta di sicurezza ed ecologia aziendale del Gruppo Ferrovie Stato. Con una solida formazione giuridica e un approccio gestionale moderno e pragmatico, Katia Polvani rappresenta una figura di riferimento nel settore. Attraverso la sua esperienza sul campo e una spiccata capacità organizzativa, dimostra ogni giorno come la tutela dei lavoratori vada di pari passo con il benessere organizzativo e con un modello di leadership al femminile determinato, libero e concreto.
Dott.ssa Polvani, nella sua esperienza sul campo, qual è la molla culturale o relazionale che riesce davvero a far scattare negli imprenditori la percezione della sicurezza non come un costo burocratico, ma come un valore umano ed economico primario?
«La sicurezza diventa un valore quando smette di essere un semplice adempimento e diventa cultura aziendale. La chiave è partire dall’ascolto delle persone, per comprendere esigenze e criticità reali. Solo così si costruiscono percorsi condivisi. Credo in una sicurezza fatta insieme, non imposta. Questo approccio migliora il benessere delle persone e rende l’azienda più solida e competitiva».
Quando si affronta il tema dei mancati infortuni, la reticenza a segnalare un errore è ancora forte. Come si costruisce un clima aziendale d’ascolto in cui il lavoratore si senta libero di comunicare un’anomalia senza il timore di essere giudicato o penalizzato?
«Per favorire la segnalazione dei mancati infortuni bisogna creare fiducia. Nessuno deve sentirsi giudicato per aver evidenziato un rischio. Bisogna agire con ascolto, comunicazione e controllo, inteso come verifica e miglioramento continuo. Quando le persone vengono coinvolte, la prevenzione diventa una responsabilità condivisa. È così che cresce una vera cultura della sicurezza»
La comunicazione della sicurezza spesso rischia di rimanere confinata nei manuali o nelle circolari interne. In che modo si riesce a trasformare le direttive teoriche in un linguaggio operativo ingaggiante?
«La sicurezza non può restare nei manuali: deve diventare un linguaggio quotidiano. Per questo è necessario privilegiare una comunicazione semplice, concreta e interattiva. Non basta spiegare le regole, bisogna coinvolgere le persone nel fare insieme. Solo attraverso il dialogo si sviluppano consapevolezza e responsabilità. È questo il modo più efficace per trasformare la formazione in comportamenti sicuri»
Quale messaggio o consiglio pratico si sente di dare alle giovani professioniste che aspirano a ruoli di responsabilità in settori tecnicamente e storicamente maschili? «Alle giovani donne dico di credere nelle proprie capacità e di non rinunciare ai propri obiettivi. Non accettate l’idea che per avere una carriera sia necessario sacrificare la vostra vita personale. Con organizzazione, strumenti adeguati e determinazione è possibile conciliare entrambe. Le difficoltà esistono, ma non devono fermarvi. La competenza e la costanza sono la forza più grande».
Elisa Garfagna
giornalista






