MARZO 2026
In occasione della Giornata Internazionale della Donna che ci siamo appena lasciati alle spalle, il dibattito pubblico si è concentrato con una forza senza precedenti su un tema che fino a pochi anni fa appariva confinato ai laboratori di informatica: la partecipazione tecnologica come nuovo diritto civile. Per chi vive quotidianamente di comunicazione e informazione, il futuro ha assunto quest’anno un contorno estremamente nitido. È emerso un rischio sottile, cresciuto all’ombra dell’entusiasmo collettivo per l’intelligenza artificiale generativa: il consolidamento di un isolamento digitale che rischia di trasformarsi in una barriera sociale invalicabile. Il timore, che ha trovato eco in molti dei tavoli tecnici di questa primavera 2026, è che l’IA non si riveli quel braccio destro capace di liberarci dalle incombenze più tediose, ma diventi piuttosto un nuovo soffitto di vetro algoritmico.
I numeri analizzati, depositati dai principali osservatori internazionali proprio in questi giorni, non lasciano alcuno spazio a interpretazioni edulcorate e confermano quanto avevo già anticipato nel mio ultimo AI Work Strategy Report 2026, dedicato proprio al cosiddetto “soffitto di silicio”. Il dato più crudo è che, a livello globale, solo il ventidue per cento dei professionisti impiegati nel campo dell’intelligenza artificiale appartiene al genere femminile. Non è una semplice statistica, ma la fotografia di un mondo progettato con un occhio solo chiuso. Se incrociamo questo dato con il Global Gender Gap Report 2025-2026 del World Economic Forum, ci accorgiamo che la sotto-rappresentanza femminile nelle discipline STEM non è solo un problema di quote, ma un freno strutturale alla crescita del PIL.
Proprio in questa settimana post-otto marzo, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) ha pubblicato il suo Research Brief on Generative AI and Jobs, gettando una luce sinistra sulla nostra realtà occupazionale. Lo studio evidenzia come le donne stiano correndo rischi legati all’automazione molto più alti rispetto ai colleghi uomini, con un’esposizione al rischio di sostituzione del compito che è quasi doppia in settori come il supporto amministrativo e la gestione documentale. Questa non è una conseguenza inevitabile del progresso, ma il frutto di una segregazione occupazionale che non siamo ancora riuscite a scardinare.
Se chi scrive i codici destinati a decidere chi ha diritto a un mutuo o chi è il candidato ideale per una posizione lavorativa appartiene a una sola metà del genere umano, l’IA finirà per amplificare i pregiudizi del suo creatore. Lo abbiamo osservato nei sistemi di visione artificiale analizzati nell’ultimo report UNESCO “Women4EthicalAI”, che hanno mostrato persistenti difficoltà nell’identificare correttamente i tratti femminili in contesti di sicurezza e salute. Il divario si misura anche sulla fiducia. Una ricerca fondamentale della Berkeley Haas School of Business, che ha monitorato l’adozione dell’IA dal 2024 al 2026, ha messo in luce un “gap di adozione” psicologico preoccupante: le donne hanno il venti per cento di probabilità in meno rispetto agli uomini di testare apertamente i nuovi strumenti generativi, spesso frenate da un eccesso di perfezionismo. Eppure, l’IA è oggi una disciplina squisitamente linguistica. È il regno della semantica, della capacità di porre le domande giuste. Guardando ai dati domestici forniti dall’Inapp e dall’Istat per il primo trimestre del 2026, l’Italia appare come un Paese a due velocità. Se il tasso di occupazione femminile ha toccato un incoraggiante cinquantatré per cento, la qualità di questa occupazione nel settore tech mostra segni di cedimento. Le posizioni di leadership occupate da donne nelle aziende innovative sono calate, segno che non basta entrare in azienda se poi le porte dei centri decisionali restano sbarrate. Abbiamo dovuto riprenderci lo spazio della sperimentazione. Il valore di una donna è superiore a quello delle perle, ma nel 2026 questo valore passa obbligatoriamente attraverso la padronanza degli strumenti.
Questa frammentazione italiana si inserisce in un quadro globale dove la disparità non è solo una questione di “presenza”, ma di reale potere d’influenza sulla materia grigia delle macchine. Se guardiamo alla ricerca pura, la fucina dove nascono i modelli che useremo tra dieci anni, i dati del 2026 sono ancora più allarmanti: la presenza femminile nei laboratori di punta crolla al 12%, e appena il 14% delle pubblicazioni scientifiche sull’IA vede una donna come prima firma. È un’assenza che pesa come un macigno, perché significa che l’architettura stessa della conoscenza futura sta venendo costruita su una base parziale. Anche in Europa, nonostante i proclami, il passaggio dalla scrivania alla stanza dei bottoni resta un miraggio: le donne occupano solo il 13% dei ruoli di management tecnologico e un esiguo 8% delle posizioni C-level. Eppure, colmare questo “gender digital divide” non sarebbe solo un atto di giustizia, ma una delle manovre economiche più potenti della nostra epoca. Secondo le ultime stime di UN Women e del World Economic Forum, la piena partecipazione delle donne all’economia digitale potrebbe iniettare nel PIL globale oltre 1,5 trilioni di dollari entro il 2030. Invece, ci troviamo di fronte a un’Europa dove l’Italia, pur migliorando nel Gender Equality Index 2025, resta ancora all’ultimo posto nel dominio del lavoro, segnata da una segregazione formativa che fatichiamo a scardinare.Non possiamo più permetterci che la nostra voce resti fuori dai dataset, relegata a un semplice commento a margine o a un feedback utente. Deve diventare parte integrante delle istruzioni di sistema, della logica stessa con cui le macchine interpretano il mondo. La Giornata della Donna non deve essere solo un momento di bilanci numerici, ma l’occasione per rivendicare una guida finalmente condivisa del progresso. Solo quando il “soffitto di silicio” verrà infranto, l’intelligenza artificiale smetterà di essere uno specchio deformante dei nostri pregiudizi passati per diventare, finalmente, il motore di un futuro realmente universale. La sfida del 2026 non è più se l’IA cambierà il mondo, ma se noi donne saremo tra coloro che decideranno come lo cambierà.
Elisa Garfagna
giornalista






